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L'avventura di un povero goi

Language columnBada come parli
AuthorSalvatore Claudio Sgroi
Date 29 ottobre 1989

Una delle 33 voci dell'Alfabeto pirandelliano di Leonardo Sciascia, da poco apparso presso Adelphi, ha come titolo, all'apparenza assai misterioso, Goj. La voce è peraltro assente nella precedente edizione del testo, Pirandello dall'A alla Z, edito nel 1986.

Il termine goj (o goi) manca ancora nei dizionari «domestici» (Garzanti, Zingarelli, Dir, Dardano). Risulta invece registrato in opere più ampie come il Devoto-Oli illustrato, il Duro-Treccani, il Battisti-Alessio, il Lui, il Dei, il Grande dizionario storico del Battaglia (1970), o in testi come Fortis-Zolli (1979), o, ancora, nel Vaccaro (1967). Il vocabolo, dall'ebraico goy «popolo straniero», è assai, comune nelle parlate giudo-italiane e in dialetti come il veneziano e il torinese, ed ha il valore di «non-ebreo, straniero, cristiano» detto con connotazioni negative da chi è ebreo. Al calco sull'ebraico, con la mediazione del greco, si deve poi il significato di «pagani» del latino gentes.

Da lettore curioso Sciascia è andato a compulsare il Battaglia, osservando che «vi si accompagna una sola citazione: di Riccardo Barchelli, poiché Pirandello, che prima di Bacchelli l'ha usata (e come Bacchelli tra virgolette), ne aveva rovesciato il senso», (p. 30) «Volutamente ribadisce Sciascia (non pensabile che Pirandello ne ignorasse l'origine e il significato corrente), tout court pirandellianamente, la parola ha assunto il suo contrario [cioè "ebreo"] (...)» (ibid.). L'esempio bacchelliano è databile, con II mulino del Po, al 1938-40, e Sciascia ha ragione di retrodatare al 1922, se non al 1918, il termine grazie alla omonima novella pirandelliana. L'omissione della citazione pirandelliana nel Battaglia non sembra però dovuta al fatto che Pirandello avrebbe ribaltato il significato di goj. Essa si spiega più semplicemente con una documentazione lacunosa del pur Grande dizionario. Se gli schedatori del Battaglia avessero colto il ribaltamento pirandelliano, non si sarebbero certo lasciati sfuggire l'occasione di resistrare tale uso come seconda accezione della voce. La lacuna documentaria del Battaglia non è peraltro limitata alla mancata citazione di Pirandello. Il termine nella variante goi ricorre infatti ancor prima (lo avevano rilevato anche Fortis-Zolli) nello Zibaldone di G. Leopardi: «(...) gli Ebrei (...) chiamano (e specialmente il cristiano) Goi (...) ossia gentile e (...) presso loro suona lo stesso che ai greci barbaro. (...) nel plurale (...) si deve intendere, chiamano oggi i Cristiani (...) Goiìm». Con il che l'attestazione del termine è ulteriormente retrodatata al 1821. Ma lo Goi ricorre ancora tre secoli prima nel 1597 in una commedia plurilingue, l'Amfiparnaso di Horatio da Modena (citata in Fortis - Zolli 1979 p. 16).

Quanto al ribaltamento del significato di goj operato da Pirandello, esso risulta, a una lettura spassionata della novella del tutto presunto. In realtà goj è correttamente adoperato da Pirandello nel senso di «cristiano» e con la chiosa esplicita di «straniero», riferito al protagonista Catellani (scorciato due volte da Sciascia, per un refuso, in Catelli). Catellani è infatti un ex-ebreo, interiormente convertito al cattolicesimo. «Col suo distintivo semitico, troppo apertamente palesato dal suo primo cognome (Levi), l'ha buttato via e ha invece assunto quello di Catellani», scrive Pirandello (Novelle per un anno, Mondadori 1985, voi. I p. 559-60). La sua conversione non è però bene accetta dai nuovi parenti della moglie cattolica. «Dovrebbe ammettere altrimenti sul serio continua Pirandello d'aver commesso un'inutile vigliaccheria a voltar le spalle alla fede dei suoi padri, a rinnegare nei suoi figlioli il suo popolo eletto (...)» (p. 563). A questo punto Pirandello annota che il Catellani (ex-Levi) «dovrebbe sul serio sentirsi in mezzo alla sua famiglia un goj, uno straniero» (ibid.). E non c'è dubbio che qui goj valga «cristiano», nell'accezione in cui la sua famiglia ebrea, di origine, usava il termine. Il quale affiora anche con lo stesso significato in due scrittori degli anni '60 (ricordati da Vaccaro 1967). A. M. Tesi, in Un del passato (Longanesi 1965), adopera i goi, invariato secondo la morfologia dell'italiano. F. Cialente, in Un inverno freddissimo Feltrinelli 1966), usa un goìm, al singolare ma nella forma etimologicamente plurale.

Le vicende intricate di goi non si fermano tuttavia qui. La piccola ricerca a cui ci ha spinto la provocazione sciasciana si è rilevata infatti più feconda di «scoperte» di quanto non sospettassimo all'inizio. Su di esse contiamo di mettere a parte il lettore nel prossimo intervento.

Salvatore Claudio Sgroi


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