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E ebreo cominciò a significare «non gentile»

Language columnBada come parli
AuthorSalvatore Claudio Sgroi
Date 5 novembre 1989

Le imprevedibili strade percorse dal termine «goi» dalla Bibbia alla letteratura americana del Novecento

Come si è visto nella scorsa puntata di «Bada come parli», il termine goi è comune nelle parlate giudeo-italiane col valore di «non-ebreo, straniero, cristiano» detto con connotazione negativa da chi è ebreo. E tale significato è riflesso a livello letterario già nel '500 e poi in G. Leopardi, R. Bacchelli ed anche contrariamente a quanto supposto da L. Sciascia nella omonima novella pirandelliana.

Ma goi indica pure «l'ebreo», detto questa volta da chi ebreo non è. «Noi stessi ebrei siamo chiamati Goi è la preziosa testimonianza del rabbino di Modena, agli inizi del secolo, riportata quasi incidentalmente da Fortis-Zolli (19791). Goi si rivela così un caso di enantiosemia, cioè di parola con significati opposti, contraddittori: 1) «non ebreo» 2) «ebreo», su cui S. Freud ha «speculato» in pagine famose.

Al secondo significato di goi si collega, poi, certamente la variante goio (rimotivata morfologicamente con l'aggiunta di -o) del Ritratto di Cornetano di V. Cardarelli del 1945, sfuggita a tutti i dizionari, ma non alla Concordanza delle poesie di Vincenzo Cardarelli di G. Savoca (Olschki 1987). Il protagonista, Titta Marini, è definito boiaccia, goio e sfaticato. Lungi dall'avere il valore di «gonzo, scemo», collegato col francese secondo C. Martignoni (in Opere Mondadori 1981), goio ha qui il significato di «ebreo, persona avida, attaccata al denaro» detto da chi non è ebreo. Nella parlata guidaica di Livorno la variante gojo, attestata fin dal 1832, ha invece il significato di «non-ebreo».

La vitalità dell'ebraico goy non si limita all'italiano, ma è anzi maggiore in altre lingue come l'inglese. Goy «non ebreo» e plurale goyim o, all'inglese, goys, è infatti ampiamente registrato nei dizionari inglesi e, in particolare con numerose attestazioni nel Supplement (1972) dell'Oxford English Dictionary. La prima attestazione inglese è del 1841, posteriore a quella stessa di Leopardi (dal 1821). Tra gli autori illustri che adoperano il nostro termine c'è E. Pound con i suoi Cantos. Il goyim di Pound è conservato tale e quale nella versione italiana (Mondadori 1985). S. Bellow in Herzog (1961) da parte sua adopera anche il derivato goyische lady, reso in italiano con «la signora goysche» (Feltrinelli 1976 p.35).

Un ulteriore percorso seguito dal termine ebraico, per approdare alla nostra lingue (e alle altre), è quello originario della Bibbia. Goim è infatti presente in più luoghi del testo Biblico. Per esempio in Genesi 14,1 e 14: «Tideal re di Goim», dove Goim pare nome di luogo.

Il caso di goi rappresenta così un esempio non banale della molteplicità ed imprevedibilità di strade percorse, in tempi e con ritmi diversi, da parte di una parola in forme differenti, prima di approdare, nel caso specifico, all'italiano (e ad altre lingue): le pagine scritte della Bibbia (nell'eccezione etimologica di «genti straniere» e come toponimo), le parlate ebreo-italiane (nel significato enantiosemico di «non ebreo» ed «ebreo»), la letteratura otto e novecentesca italiana, ma anche cinquecentesca (nel senso prevalente di «non ebreo», e pure di «ebreo»), gli scrittori americani del '900 in traduzione (Pound, Bellow, ecc. ) (col valore di «non ebreo»). Ma rimane sempre la possibilità di arricchire ulteriormente gli itinerari seguiti dal nostro termine.

Salvatore Claudio Sgroi


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