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L’impossibilità di commettere errori

Language columnBada come parli
AuthorSalvatore Claudio Sgroi
Date 16 novembre 1988
NewspaperLa Sicilia
Publication placeCatania
Publication countryItalia
Page5
Column5-8

Ogni terminologia scientifica, quale è quella della linguistica, anzi (viste le molteplici angolazioni di studio dei fatti linguistici) delle scienze del linguaggio, è un sistema (aperto) di simboli costruito artificialmente per parlare nel modo più adeguato delle lingue storico-naturali (dialetti compresi).

Ogni terminologia in quanto fatta di parole è una parte (sottoinsieme) della lingua tout court. Essa è cioè un sottocodice speciale del codice-lingua, costituito da un insieme di parole e di significati specifici (o leopardianamente: di termini) che hanno circolazione all'interno della disciplina. La terminologia scientifica è cioè un «metalinguaggio» (ovvero un linguaggio costruito per parlare del linguaggio), uno strumento teorico, il cui costo in termini di sforzo di apprendimento, di comprensione e di uso dovrebbe essere giustificato dalla sua utilità: dalla sua capacità di descrivere e spiegare i diversi fenomeni linguistici.

Ogni terminologia (come ogni teoria) scientifica è (o dovrebbe essere) caratterizzata da una coerenza interna delle definizioni (assenza cioè di contraddizioni) e da un certo grado di adeguatezza descrittivo-esplicativa della realtà linguistica in esame. Ma sia l'assenza di contraddizioni che il potere esplicativo delle teorie e delle terminologie sono sempre relative: la realtà essendo conoscibile solo parzialmente.

La terminologia linguistica rispecchia inevitabilmente le evidenze non meno che le incertezze, le incoerenze e le ambiguità della ricerca linguistica. Lideale di una terminologia unitaria, standard, eguale per tutti i linguisti e per tutte le scuole di tutti i paesi del mondo è solo unutopia. È infatti possibile fare una storia delle diverse teorie, scuole e terminologie linguistiche (queste ultime solo appena abbozzate). Le terminologie scientifiche si giustificano apparentemente per il carattere univoco, non ambiguo dei loro termini e dei loro significati, ma paradossalmente esse riflettono la variabilità storico-culturale delle stesse lingue storico-culturali, dei loro artefici e dei loro utenti. Ogni testo pur specialistico, non si sottrae così a una buona dose e ad uno sforzo di «interpretazione» (non semplice «decodifica») da parte del suo lettore (specialista o meno), rivelando nel contempo il suo carattere «arbitrario» di costruzione umana. La separazione tra linguaggio scientifico e linguaggio umano non è quindi così netta, come forse si potrebbe credere. Losmosi tra lingua comune e linguaggi settoriali è quindi inevitabile, anzi è salutare e necessaria.

Con queste premesse non si può allora che riconoscere la grande utilità del Dizionario di linguistica (Armando, Roma 1988, pp. 320), l'ultima opera del compianto Giorgio Raimondo Cardona (1943-1988). Tanto più che l'inventario dei lessici speciali disponibili in italiano al riguardo non è certamente ampio.

(Il testo più vicino e complementare a questo di G.R. Cardona è quello omonimo di J. Dubois et alii, ricco di circa 1.800 voci, edito a cura di L. Rosiello e I. Loi Corvetto presso Zanichelli).

Senza pretendere una impossibile esaustività di voci ed accezioni dei termini delle scienze del linguaggio (neppure della sola linguistica italiana) il Dizionario di Cardona, con i suoi oltre duemila lemmi, è certamente una buona mappa per il lettore colto (professore, studente ecc.) che voglia districarsi nel labirinto terminologico delle scienze del linguaggio.

Vi si trovano intani termini di linguistica generale, glottologia, sociolinguistica, delle varie scuole linguistiche (funzionalismo, glossematica, grammatica generativo-trasformazionale, ecc.), ma anche della gramamtica tradizionale, della retorica, nonché delle varie branche della ricerca (fonologia, morfologia, sintassi, semantica), ecc.

Dinanzi alla «impossibile omogeneità e rigorosità» (p. 8) delle definizione delle voci, Cardona ha preferito un «andamento più leggibile e discorsivo» (ibid.) a tutto beneficio del suo lettore. Lautore ha altresì fornito spesso l'etimologia dei termini dove questo poteva servire a chiarire ulteriormente il significato del lemma in questione. Gli esempi illustrativi non sono limitati alle lingue più note, ma riguardano anche idiomi non indoeuropei, la cui familiarità non mancava certamente all’autore.

L’originalità dell’opera traspare anche nelle voci apparentemente più banali, mai definite in maniera superficiale. Si veda per es. la voce errore. Da un lato Cardona distingue la duplice accezione tradizionale di solecismo («contro la sintassi») e di barbarismo («dovuto a un’altra lingua»). Dall’altro egli osserva, con una carica eversiva di non poco conto, che «in realtà il concetto di errore presuppone un parlante che parli una lingua non sua; nella propria lingua il parlante non può per definizione, fare errori. Semmai i cosiddetti errori in quanto anomalie, lapsus, false partenze, gettano uno spiraglio di luce sulle strutture interne del linguaggio; negli altri casi si parla piuttosto di interferenza ()». Con il che egli liquida elegantemente tutta una tradizione puristica, così fortemente presente nella scuola italiana.

L’utilità di un dizionario come quello di Cardona è ulteriormente dimostrata dalla sua complementarietà rispetto ai dizionari generali della lingua. Questi ultimi, seppure attenti ai linguaggi settoriali, non sempre sono infatti affidabili sotto questo punto di vista. Un utile esercizio per i lettori potrebbe essere quello di confrontare le definizioni di termini come semiologo, sema (non «seme»!) e semantema con quelle dei dizionari «ragionati» della lingua italiana usciti in questi ultimissimi anni. Le sorprese non mancheranno!

Salvatore Claudio Sgroi


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