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Allora fu riesumato l’«una tantum»

Language columnLa lingua che parliamo
AuthorTristano Bolelli
Date 29 ottobre 1982

I movimenti puristici si accompagnano, di solito, ad una crescita del sentimento nazionalistico. Ne sono esempi sicuri le ampie ondate di purismo che si diffusero in Italia nell’Ottocento e nel periodo fascista. Nell’Ottocento il bersaglio preso di mira fu il francese, che era entrato di forza nell’italiano comune, tanto da lasciare perfino nei dialetti segnatamente in quelli settentrionali tracce considerevoli. Le proposte di sostituzione delle parole francesi si fondavano per lo più su termini arcaici, su vocaboli della Crusca che nessuno ormai usava e che restavano, perciò più come aspirazioni che come vere alternative.

Non tanto paradossalmente si potrebbe dire che fra i meriti di Alessandro Manzoni e del suo romanzo vi è quello di aver mostrato quanto una lingua che molti davano per morta o moribonda sotto i colpi dell’invasione dei francesismi, potesse, al di fuori di una esasperata letterarietà (quella per intenderci, della lingua della poesia), dare un frutto così elevato come I Promessi Sposi, in cui le questioni puristiche non sembrano neppure esistere.

Ben diversa fu la situazione negli anni pieni del fascismo. La lotta contro i forestierismi (principalmente francesismi ed anglismi) fu sentita come una battaglia nazionale e fu dato l’incarico all’Accademia d’Italia di occuparsi della questione. Una legge del 23 dicembre 1940 ed un regio decreto del 26 marzo 1942 pubblicati nella «Gazzetta Ufficiale», proibivano nelle intestazioni delle ditte industriali o commerciali e delle attività professionali e nelle liste, nei cartelli, nei manifesti, nelle inserzioni ed ogni forma pubblicitaria, l’uso delle parole straniere, affidando, appunto, all’Accademia d’Italia, che aveva creato un’apposita commissione, di determinare quali parole potessero considerarsi legittime e di suggerire i termini italiani da sostituire a quelli stranieri.

Dal maggio 1941 nel «Bollettino d’informazioni della R. Accademia d’Italia» apparvero undici elenchi coi suggerimenti degli Accademici. I quali si presentavano allora come un pittoresco aggregato di scienziati di valore e di personaggi di varia estrazione non tutti, per la verità, all’altezza di rappresentare il meglio della cultura italiana.

Un decreto dell’8 giugno 1939 aveva sancito la fusione della vecchia Accademia dei Lincei con quella d’Italia, accentuando sempre più la volontà di tener legati al regime i personaggi più in vista della scienza e della cultura del nostro Paese. E ci fu chi non accettò tale decisione. L’Accademia d’Italia dunque, nei terribili anni della guerra, si occupò anche dell’eliminazione delle parole straniere. Ho sotto gli occhi le liste e bisogna dire che ci sono dei casi in cui ci si sorprende che certe parole ed espressioni potessero essere prese in considerazione. Anche allora, che diffusione avranno avuto nell’uso comune allumette per cui si proponeva «sfogliatino»; bug «giostra volante»; o cakes (nelle industrie estrattive) «fanghi»?

Ma ci sono dei casi istruttivi. Per esempio, per camion si ammetteva che potesse restare se si accentava sull’a, accanto ad «autocatto», che si considerava di uso militare; e, in realtà, le raccomandazioni più seguite sono state quelle che italianizzavano la voce come «anisetta» per anisette, «curassò» per curaçao, «elisir» per elixir, «bidè» per bidet, «ciac» per ciak, in cui il c per k è una pietosa foglia di fico, «cristiania» per christiania (negli sport invernali, quando addirittura non si lasciava la voce tale e quale come nel caso di «babà».

In qualche esempio l’uso che si è affermato varia di poco rispetto alla proposta d’origine; per cyclostile si raccomandava «ciclostilo» ma ognuno sa che si usa ora «ciclostile», più vicino alla voce straniera. Nelle traduzioni ci sono casi ovvi: per carbon paper si suggeriva «carta carbone» mi pare che oggi si dica diversamente; ma ce ne sono di quelli pateticamente ridicoli. Per forfait si propone «tantum», cosicché «lavoro a forfait» si sarebbe dovuto dire lavoro a tantum. Questo tantum fu riesumato in tempo di democrazia, vedere un po’, con l’una tantum; per il tabacco Kentucky si proponeva nientemeno che «Padano»!

Sarebbe interessante esaminare tutte le proposte e classificarle. Ma non vorremmo dimenticare che, quando uscirono i decreti di cui abbiamo fatto cenno, ci furono dei facinorosi che tirarono sassate al Cinema Eden di Viareggio credendo che fosse intitolato all’odiato ministro in glese e non alla felice dimora di Adamo ed Eva e che certi sprovveduti danneggiarono a Pisa l’insegna della libreria Le Monnier credendo di punire una ditta straniera, quella che aveva stampato, a partire dal 1844, la Biblioteca nazionale degli scrittori italiani antichi e moderni. Tanto è vero che, come è scritto in un Capriccio di Goya, «il sonno della ragione produce mostri».

Tristano Bolelli


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