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Seicento parole per dire «prostituta»

Language columnLa lingua che parliamo
AuthorTristano Bolelli
Date 28 ottobre 1981

SAREBBE un errore ritenere che tutte le parole di una lingua siano registrate nel dizionario. Se è vero che nei comuni vo- cabolari le parole registrate sono fra le 50 mila e le 100 mi- la, dobbiamo ricordare che i sostantivi presentano, esclusi quelli invariabili, un singolare e un plurale (amico, amici), gli aggettivi hanno, oltre a questa categoria del plurale, il maschile e il femminile (bella, bella, belli, belle), i verbi ad- dirittura 52 forme (dico, dici, ecc.), tanto che a disposizione dei parlanti, teoricamente, le voci sono molto più numerose di quelle che figurano in un vocabolario. Ma, ovviamente, l'uso di ciascuno è limitato alla sua sfera di conoscenze, alla sua cultura e nessuno è completamente padrone del vocabo- lario della propria lingua. Non parliamo poi dei linguaggi speciali, dei gerghi e di quelle voci che sono così rare da ri- manere ai margini della lingua. Quanto ai gerghi, bisogna affermare che essi sono tali so- lo se limitati a un numero ristretto di persone e soprattutto se queste persone hanno coscienza di usare il loro gergo ap- posta, per non farsi intendere da altri che non siano del loro gruppo, quasi a sanzionare un voluto distacco dalla realtà circostante. Vi sono, perciò, gerghi di mestieri, gerghi di stu- denti (ma non in modo vistoso in Italia), gerghi dei carce- rati, ecc.

Per questo non è da consigliare l'uso della parola « gergo quando viene applicata - e ciò accade molto frequentemen- te - ai linguaggi tecnici, dei medici, degli ingegneri, degli scienziati in genere. In tal caso l'uso è soltanto metaforico ma può creare equivoci. Il linguaggio tecnico non vuole, per principio, restare ri- servato a una casta o a un gruppo, anche se viene inteso so- lo dagli addetti ai lavori. Il vero gergo si propone, invece, di restare proprio di una categoria di persone che non desi- derano farsi capire dagli altri. Tipico è il gergo dei carcerati che vogliono comunicare fra di loro senza farsi capire dalle guardie carcerarie. Che, poi, queste riescano a impadronir- si degli elementi gergali e ne facciano addirittura dei picco- li vocabolari, è un altro discorso: fa parte del loro mestiere. La fantasia dell'uomo nel creare parole è incredibile. Un autore tedesco, Edgar Radtke, con molta diligenza, è riusci- to a raccogliere per 1'italiano (compresi, ovviamente, i dialet- ti) la bellezza di 650 parole per dire « prostituta . Ce ne so- no, a quanto pare, 155 nella lingua letteraria, 122 nella lin- gua familiare, 174 nella lingua popolare, 199 nei gerghi. Cer- tamente queste distinzioni e questi confini non possono pretendere di essere assoluti, nella poliedricità delle parlate italiane e nella variabilità dell'uso personale. Dice, tuttavia, molto, il tentativo di caratterizzare i vari livelli linguistici (letterario, familiare, popolare e gergale) in cui l'Autore ha voluto rinchiudere tutte quelle voci: di esse compaiono nei vocabolari comuni soltanto poche unità. Se ci rivolgiamo, per un confronto, al francese, i dati raccolti dicono che lo stesso concetto è espresso da 759 parole, un numero mag- giore, dunque, dell'italiano, mentre lo spagnolo ne ha 358, poco più della metà. Se vogliamo fare un breve commento a queste cifre, dob- biamo, prima di tutto, notare 1'ovvia diversità dell'uso di queste voci e le difficoltà incontrate dall'Autore per reperir- le. Testi scritti, testimonianze orali, inchieste in vari ambien- ti sono il prezzo che si deve pagare per ogni ricerca linguisti- ca di questo tipo, che non è astratta ma deve riferirsi a fatti ben precisi. Ma quello che indubbiamente meraviglia è l’al- tissimo numero di voci per un solo significato. Del resto, ba- sti dire che nel 1883, usciva in seconda edizione un libricci- no intitolato In quanti modi si può morire in Italia di Luigi Morandi, istitutore del futuro Vittorio Emanuele III. Ebbene, le locuzioni e le voci da lui raccolte per dire « morire » nelle parlate d'Italia erano ben 170 e sicuramente la lista non era e non è completa: si va dal semplice morire a tirare il calzino. Tutto questo deve far riflettere sulla pretesa di razionaliz- zare il linguaggio e di renderlo adatto ai calcolatori. L'infini- ta fantasia dell'uomo, le sue creazioni e le sue metafore ten- dono a complicare il problema fino a far ritenere che sia insolubile.

BolLS281081


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