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Miccio, cioè asino

Language columnLa lingua che parliamo
AuthorTristano Bolelli
Date 28 luglio 1984

È naturale che chi fa il mestiere di linguista si domandi, quando è in un posto, che lingua si parli intorno a lui. Anche se le mescolanze sono inevitabili o talora facciano effetto (a Milano tre persone, interpellate successivamente per la strada, nel rispondermi rivelavano un netto accento meridionale), resta pur sempre un nucleo in cui le tradizioni resistono e in cui la gente si esprime nel dialetto locale.

Sono in Versilia dove vado ogni anno e ricordo le ricorrenti polemiche se la Versilia comprenda anche Viareggio e non si limiti, invece, al territorio di Pietrasanta, Seravezza e Stazzema con l’appendice recentissima di Forte dei Marmi. In realtà Viareggio non ha più di duecento anni di vita mentre la Versilia è un’antica terra di confine fra città della Toscana che costituiscono degli Stati e Genova, ed ha una storia di molti secoli.

Il dominio di Lucca fu sostituito in Versilia da quello di Firenze dopo la vittoria su Genova del 1484. Pietrasanta e basta guardare i suoi monumenti diventò un capitanato di Firenze e da Pietrasanta dipesero poi i Comuni di Seravezza e di Stazzema che costituiscono quella Versilia Alta assai meno nota anche linguisticamente di quella del piano dove d’estate vi è tutto un pullulare di insediamenti balneari anche se meno affollati e caotici di quelli di Viareggio.

Parlando del dialetto locale potrebbe venire in mente, lasciando da parte Enrico Pua, tipica figura di versiliese, di esaminare le parole utilizzate dal pittore e scrittore Lorenzo Viani che, in calce ai suoi volumi Angiò uomo d’acqua (1928) e Il Bava (1932), mise dei Glossarietti «dei termini marinareschi e dei vocaboli meno comuni» ed è, credo, interessante dare alcuni esempi scelti fra le prime 33 voci e chiadersi il grado di appartenenza di tali parole al versiliese.

Abbracchirsi è attestato in Viani col significato di «farsi cascante». L’esempio I cani hanno abbracchito le foglie significa che i cani hanno ammaccato le foglie. La voce viene da (cane) bracco o meglio dalle sue orecchie cascanti. Acciuccignarsi vuol dire sgualcirsi; addoppato «nascosto dietro qualcosa»; adimare (il capo), abbassarlo. L’etimologia è del latino imus «il più basso».

Agghiadire significa «sentirsi stringere il cuore», ed una forma simile, agghiadare «agghiacciare», da ghiado «ghiaccio» (dal latino gladius «spada» in senso metaforico), è attestata in italiano antico. Aggrostarsi vuol dire «appiccicarsi» ed alla base c’è grosta «crosta».

Alfabeto significa «arcano, storia nascosta, trama» ed è prova di una deviazione molto notevole di una voce dal suo valore primitivo; ammicciarsi «buttarsi giù svogliato come un miccio (nome locale dell’asino); anemolo «sbarazzino, buon crostino»; anneghito «magro, secco, rifinito; anvenia «invenzione, trovata» che è dal latino invenire. Aonco significa «conato di vomito»; appicciare «raggranellare, raggruzzolare».

Basta questo piccolo campionario di voci per vedere che Lorenzo Viani ha utilizzato molto di più voci del contado lucchese che veramente proprie della Versilia. Infatti, escluso aggrostarsi, nessuna figura nel Vocabolario versiliese di Gilberto Cocci (1956) in una integrazione del Cocci, inedita, condotta a Seravezza e a Basati da Serenella Salvadori nel 1972.

Dunque si ingannerebbe chi cercasse nel viareggino Viani una prevalente impronta versiliese, quasi a confermare che Viareggio non è propriamente Versilia. Del resto il Viani stesso scrisse che aveva fatto capo, oltre che a testimonianze di «semplici marinai», al Vocabolario lucchese di Idelfonso Nieri, del 1902, che non è molto ricco di voci della Versilia e riporta quasi tutte le voci citate sopra.

Il dialetto versiliese va sicuramente con le parlate della Garfagnana meridionale e non è privo di influssi settentrionali; quando si sente dire cagio per cacio, camigia per camicia, brigiola per briciola, ci avvediamo di uno staccarsi del versiliese dalle varietà di tipo lucchese. In questo caso, siamo condotti verso il massese, che è ai confini coi dialetti settentrionali.

Le osservazioni fin qui fatte ci insegnano che non dobbiamo credere che i dialetti toscani siano un’unità monolitica; inoltre che anche in questa zona esistono differenze fra località poste a brevissima distanza a formare quella mirabile varietà di parlate che caratterizza tutto il territorio italiano.

Tristano Bolelli


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