Text view

L’ultimo dei puristi

Language columnLa lingua che parliamo
AuthorTristano Bolelli
Date 27 novembre 1982

Una figura alquanto singolare, anche se indubbiamente minore, del nostro Ottocento fu Ferdinando Ranalli, lette3rato, professore a Pisa e a Firenze, autore di varie opere storiche, deputato al Parlamento, che visse fra il 1813 e il 1894.

Non ci interessa per le sue idee politiche che si espressero in vari campi, come, per esempio, in una proposta di lega fra gli Stati italiani compresa l’Austria, o nell’affermazione che a Roma non c’era posto, allo stesso tempo, per un papa e per un re. La sua bizzarria fu soprattutto esercitata nella letteratura, in cui fu tenace avversario del romanticismo, e nella lingua, in cui fu un intransigente purista, tanto da arrivare a scrivere come un letterato del Cinquecento.

Fu chiamato l’«ultimo dei puristi» ma più che ultimo sarebbe stato opportuno chiamarlo il più accanito dei puristi. Leo Pestelli che, con grazia e arguzia, mi precedette nella redazione della presente rubrica, in pagine gustose rievocò il Ranalli e i suoi Ammaestramenti di lingua, usciti nel 1840, ristampati più volte, ma, come lo stesso Pestelli dice, «oggi per nostra fortuna, introvabili». Eppure, direi che anche da quelle sciagurate posizioni del Ranali, nemico, figuriamoci, dei Promessi Sposi, che non gli parevano linguisticamente raccomandabili, possiamo trarre qualche insegnamento.

Se è vero che egli diceva Il Signor delle Carte per Descartes, il suo errore non era tanto di voler ad ogni costo tradurre il nome del grande matematico e filosofo francese, quanto quello di dimenticare che, nell’uso italiano comune, Descartes è chiamato, con una latinizzazione umanistica, Cartesio. Errore inverso fanno oggi quegli italiani che dicono di essere stati, in un viaggio in Jugoslavia, a Zadar o a Dobrovnik, invece che a Zara o a Ragusa. Che le due città, già veneziane, siano ora jugoslave, non vuole dire nulla. Nessuno racconta di essere stato a London, a Paris o ad Sntwerpen ma dice di essere stato a Lontra, a Parigi o ad Anversa. Quando una lunga tradizione linguistica si è instaurata, non c’è nessuna ragione di adottare le forme straniere.

Tornando al Ranalli, egli si batté perché si dicesse non umanità ma «università degli uomini», non truppe ma «milizie», non privazione ma «sacrifizio», non partito ma «fazione, setta o parte». E così sosteneva che si dovesse dire «erario» per finanze, «ufficiali» per funzionari, «perdono» per amnistia, «cattura» per arresto, «compilazione» per redazione, «camerlingo» (addirittura) per «ricevitore» e via di questo passo, con una puntigliosità miope unita ad una assoluta incapacità di sentire l’urgenza di termini che via via si affiancavano agli antichi per nuovi valori, nuove funzioni, nuove sfumature.

Che allora le cose potessero apparire diverse da come si presentano oggi è provato dal fatto che perfino nel Vocabolario del Tommaseo, privazione nel senso di privarsi volontariamente o no di qualche cosa di necessario, utile o gradito, è presentato come «non necessario».

Ma ciò che più sorprende o urta è che il Ranalli non solo odiava, fra le parole nuove, quelle di origine francese, certamente straripanti nell’Ottocento, ma quelle prese dal latino o dal greco in tempi recenti e in questo Pestelli gli dava sorprendentemente ragione, benché lo trattasse di noiosissimo e di pedante, citando fobia, euforia, cremare, seviziare, rispettivamente per paura, benessere (o serenità), bruciare (incenerire), torturare. Come si vede, si tratta di voci ben installate nell’uso di oggi; ciascuna coppia (fobia: paura; euforia: benessere o serenità; cremare: bruciare; seviziare: torturare) non potrebbe essere ridotta ad una voce sola perché i due valori non si ricoprono perfettamente.

Di fronte a prese di posizione come quelle del Ranalli, sta l’illuminata concezione di Giacomo Leopardi, pronto ad ammettere voci nuove, non contenute nel morto Vocabolario della Crusca, proclive a considerare il lessico latino e greco come un prezioso serbatoio dal quale attingere, quando sia necessario, neologismi.

Questa posizione non va confusa con quella di chi introduce indiscriminatamente voci straniere inutili con quella dei gretti puristi. Leopardi aveva capito perfettamente che la lingua è un organismo vivo e che per essa il ricambio degli elementi costitutivi è essenziale entro i limiti del mantenimento della propria individualità storica.

Tristano Bolelli


Download XMLDownload textParagraph viewSentence view