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Orwell, il tiranno e le parole

Language columnLa lingua che parliamo
AuthorTristano Bolelli
Date 27 maggio 1984
NewspaperLa Stampa
Publication placeTorino
Publication countryItalia
Page3
Column3-6

Di George Orwell si è parlato molto quest’anno, 7984 che il titolo al suo libro più famoso. Un po’ meno, fra i diversi aspetti dell’opera, si è trattato dell’Appendice, intitolata I principi della neolingua che, pur restando a , rappresenta un punto essenziale della terribile società che l’Autore ha, nel suo drammatico presagio, descritta.

Che la lingua sia il cardine fondamentale di ogni società è evidente ed ogni mutamento nella compagine sociale non ha potuto evitare di prenderla in considerazione. Si pensi alla Rivoluzione francese, il cui atteggiamento fu di assoluta preclusione nei riguardi di varietà linguistiche di minoranze come il basco, il bretone, il provenzale nelle quali furono visti capisaldi di conservatorismo da smantellare.

Il sogno di ogni regime è quello di dominare il fattore lingua per avere una uniformità di espressione che serva da veicolo all’ideologia dominante. Oltre alla Rivoluzione francese, si pensi alla Rivoluzione sovietica in cui a lungo si sostenne la teoria di Nocolaj J. Marr, sorretta dalle autorità politiche, secondo la quale la lingua rifletteva, come sovrastruttura, i mutamenti della base economica. Era il dogma della lingua in quanto prodotto di classe. Venne, poi, la confessione staliniana ad affermare che la formula del carattere di classe della lingua era errata e non marxista con la conseguenza che il fenomeno lingua non doveva essere immischiato in fatti di natura economica e politica.

Da noi durante il fascismo, ci fu un’opposizione ad ogni forma di simpatia per il dialetto con conseguente sostegno ad oltranza di un neopurismo che condusse alla lotta contro le parole straniere, tanto che si arrivò perfino ad episodi di stupidità come quando dei giovani fascisti, più forniti di muscoli che di cervello, in una città toscana, come è stato raccontato un’altra volta, spaccarono un’insegna di un cinematografo che si chiamava Eden prendendolo per un omaggio al ministro degli Esteri inglese e non per l’espressione del Paradiso Terrestre che quei giovanotti dimostravano di meritare d’aver smarrito.

Orwell descrive il cambiamento radicale della lingua in vigore nello Stato tirannico da lui immaginato, ma saggiamente, prevede che il mutamento, cioè la sostituzione dell’Archeolingua con la Neolingua, sarebbe avvenuta sei o sette decenni dopo l’instaurarsi della dittatura e cioè intorno al 2050, dando così prova di consapevolezza del lento procedere delle trasformazioni linguistiche. Nel 1984 solo gli articoli di fondo del giornale risultano scritti in Neolingua ma si trattava, dice l’Autore, di un tour de force che poteva essere compiuto soltanto da uno specialista. Ma, egli aggiunge, pur trattandosi di un sistema provvisorio, già nel 1984 i membri del Partito si forzavano di usare parole e costrutti grammaticali in Neolingua, il cui fine era di rendere impossibile ogni altra forma di pensiero.

Orwell ci presenta, così, il processo di formazione di una lingua nuova non solo mediante la creazione di parole nuove ma soprattutto con l’eliminazione di parole o di significati di parole eterodossi. Non una lingua totalmente nuova, dunque, quanto piuttosto il prodotto dell’inaridimento dei rami delle linfe di una lingua precedente. Per esempio, l’aggettivo libero non si sarebbe più potuto usare nel significato di «intellettualmente indipendente» o «politicamente libero» ma solo col valore di privo come nella frase Questo cane è libero dalle pulci o Questo campo è libero da erbacce.

Non esistono la libertà intellettuale e la libertà politica, l’accezione più alta di libero veniva a cadere. L’operazione dei caratteri linguistici e perciò della ricchezza e della fecondità del pensiero.

La rigidità della definizione dei termini, la loro univocità, la mancanza di sfumature, l’intercambiabilità delle funzioni grammaticali (ogni verbo può essere anche sostantivo e viceversa), la meccanicità delle derivazioni (a prefisso che designa negazione e plus, pure prefisso, che è un rafforzativo, così che sfreddo vuol dire «caldo» e plusfreddo «molto freddo») faceva della neolingua un grottesco mezzo meccanico il cui fine rea la riduzione a zero delle capacità del cervello umano, fine ultimo di ogni dittatura.

Tristano Bolelli


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