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Burrasca nel dizionario

Language columnLa lingua che parliamo
AuthorTristano Bolelli
Date 24 novembre 1984
NewspaperLa Stampa
Publication placeTorino
Publication countryItalia
Page3
Column5-7

Forse soltanto chi ha lavorato per lunghi anni ad un vocabolario (ed io sono fra questi) può apprezzare appieno l’immensa opera che, nel suo appuntamento biennale, ci l’Unione Tipografica Editrice Torinese col Grande Dizionario della lingua italiana di cui è sucito il dodicesimo volume che incomincia e finisce con due parole disusate nel mondo del mare e della navigazione, quasi a simboleggiare il periglioso viaggio dell’opera che molti attendono con ansia per l’incomparabile quantità di materiale raccolto e ordinato scrutando nel tessuto della lingua e della civiltà italiana.

Il presente volume infatti (non si spaventi il lettore) va dalla voce sconosciuta orada «tempesta di mare, burrasca» che vi viene d’oltralpe ed ha origine remota nel latino aura «vento», attestata da un esempio di Bonvesin da la Riva di Milano, vissuto fra Duecento e Trecento, ad un’altra voce, anch’essa oggi sconosciuta, perezare «navigare», presente nell’Anonimo Genovese (anch’egli vissuto fra Duecento e Trecento), di area ligure, da una forma dialettale corrispondente all’italiano pareggio «viaggio per mare, navigazione» che alcuni connettono con pareggio «tratto di mare prospiciente a una fascia costiera», forse d’origine spagnola, ma giunta attraverso il francese, altri, con pileggio, che si trova nel Boccaccio col valore di «rotta di navigazione».

Vorremmo che queste due paroline, apparentemente poco interessanti, facessero riflettere un istante. l’una l’altra esistono nel Dizionario di Tommaseo e nella Crusca per la quale, però, il discorso deve limitarsi alla prima perché fu interrotta nella sua ultima edizione, alla lettera O.

Oggi abbiamo un concetto molto diverso di come vada fatto un vocabolario che, per essere italiano, non può, a priori, scartare ciò che non venga dai grandi autori toscani o toscaneggianti, così come non deve escludere parole modernissime.

Certo, la volontà documentaria porta a registrare, oltre a parole disusate, voci straniere andate fuori uso, riassorbite, come si dice, dalla lingua. Ed infatti ecco il francesismo orangeria «Serra adatta a coltivare gli aranci e altri agrumi nei climi settentrionali o a riparare tali piante d’inverno» ed anche «settore di un giardino abbellito da piante di arancio in vaso o in cassone», con l’esempio di Scipione Maffei: « - Che le par di questo orto? È opportunissimo / per promenate; manca solamente / l’orangeria», in cui la sciattezza dei versi è pari all’indiscriminata accoglienza fatta a voci straniere come orangeria e promenata («passeggiata») propria del Settecento, quando l’italiano corse il rischio di soccombere per poi conoscere una riscossa in cui cacciò via sia l’orangeria sia la promenata. E queste osservazioni valgono per chi, scorrendo il Dizionario, si chieda perché sono registrate voci come quelle di cui abbiano parlato.

Nelle prime pagine figura orbace che è, come si sa, il tessuto sardo prodotto dalla lana di pecore e che designò il tessuto nero dei fascisti (in particolare dei gerarchi) e la divisa stessa. La parola è di origine araba ed equivalente ad albagio. Anche in questo caso si vede quale importanza sia pure per ragioni storiche ma proprio per questo interessanti ha l’elemento dialettale nella compagine dell’italiano.

Diverso è il caso di orbaco che, in area settentrionale e toscana, designa l’alloro ed è voce attestata nel Trecento ma ripresa da Giovanni Pascoli («Ecco l’orbaco: disse Dore, entrando / con un ramo d’alloro umido in mano»). Gli esempi da noi scelti sono periferici alla lingua italiana che generalmente parliamo: ma abbiamo voluto mostrare come sia necessario saper leggere anche (forse sarebbe meglio dire soprattutto) un vocabolario.

Tristano Bolelli


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