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Il centralino della polizia ha fatto «tilt»

Language columnLa lingua che parliamo
AuthorTristano Bolelli
Date 21 febbraio 1980
NewspaperLa Stampa
Publication placeTorino
Publication countryItalia
Page3
Column3-7

La parola, di origine inglese, è passata dai flippers al modo di esprimersi popolare Il «riflusso» e i «dietròloghi»

Una donna del popolo mi ha detto che non vuole essere trattata dal marito come una prestituta, che m'è sembrata parola patetica perché, evidentemente, chi la pronunciava associava il concetto di « prostituta » a quello di « prestito », di « donna in prestito ».

Resta un caso unico ma molte parole sono nate così, da un equivoco in cui qualcuno ha voluto dare un senso ad una voce incomprensibile. E come si può pretendere che una donna del popolo sappia che prostituta viene dal latino prostituere « mettere davanti », « esporre poi « prostituirsi » così come prostare voleva dire « essere esposto al pubblico » , o essere offerto in vendita »?

Un'altra donna del popolo si è lamentata che non arrivava la tantum, che le avrebbe fatto molto comodo. Si trattava, ovviamente, dell'una tantum, da cui veniva estratto e reso indipendente il secondo termine mentre il primo era preso per un articolo. Non resta che aspettarci, anche se nelle questioni di lingua non è lecito fare previsioni, che sorga ora l'atantum così come in Toscana si sente dire e si scrive da persone di non alla cultura aradio per radio (da la radio) e, inversamente, l’apis per l’apis.

A un altro ordine di idee portano parole nuove come paroliamo, voce di un inesistente verbo parolare per designare un gioco che consiste nel comporre la parola più lunga servendosi di lettere prelevate a caso (dieci per volta) da due mazzi di carte contenenti ciascuna una vocale o una consonante. Il gioco si vede trasmesso anche da alcune televisioni e pare abbia qualche successo.

Di uso sempre più frequente è la locuzione fare tilt comparsa anche nella Stampa nella cronaca di Torino qualche settimana fa in un titolo: « Hanno fatto tilt i centralini di polizia e vigili del fuoco » quando, in seguito al terremoto, moltissimi cittadini telefonarono per aver notizie o chiedere soccorso. Tilt è voce inglese e significa propriamente «inclinare, piegare » e « inclinarsi, piegarsi ». Non credo che sia troppo lontano dalla verità pensare che il significato che la voce assume in italiano, quello cioè di « arrivare a non funzionare più » o « entrare in crisi », sia stato favorito dall’aspetto fonico della voce che sembra alludere ad un evento rapide e che mette in difficoltà qualche cosa, una macchina, un congegno, un sistema di segnalazioni e simili pur senza alludere ad alcunché di catastrofico. Pare che la voce sia apparsa dapprima nel gioco dei biliardini (o flipper) quando, se qualcuno inclina il piano di gioco, compare una scritta luminosa con la parola in questione.

In occasione della morte del contestatore tedesco Rudi Dutschke, è stata rievocata la parola mamaismo, compendio di Marx, Mao e Marcuse che pochi saprebbero ormai decifrare. Tanto è vero che i neologismi hanno spesso vita breve; e, del resto, se si pensa quanto Marcuse ci siamo sentiti propinare dal"68 al '74, oggi a molti vien fatto di dire: « Chi era costui? »

Molto felice appare, invece, la voce doppiolavoristi usata dal Censis per le molte persone che aggiungono al lavoro ordinario un secondo lavoro, per lo più chiamato nero, per arrotondare lo stipendio e spesso l’arrotondamento è maggiore della cosa arrotondata. Il modello è dopolavorista che si stacca dalla famiglia di lavoratore; del resto, come si potrebbe chiamare, visto che doppiolavoratore non pare possibile sia per ragioni lessicali sia per porre una sicura distanza dal nobile concetto di lavoratore?

Una nuova espressione si va affermando nel mondo giovanile: andare in paranoia che indica il non riuscire a capire, sentire la testa confusa, il cervello annebbiato, non intravedere nulla di certo nel futuro, in uno stato che può arrivare fino al senso della solitudine e della disperazione.

Paranoia non è voce nuova. Nella medicina, come dice un vocabolario recente (il De Felice-Dure), significa « psicosi ad andamento cronico, caratterizzata da idee deliranti sistematiche e coerenti, soprattutto di grandezza e di persecuzione, e dall'integrità delle altre funzioni psichiche ». Come si vede, l'uso al quale abbiamo accennato sopra si discosta da quello, per così dire, classico, ed è una conseguenza di sbandamenti, inquietudini, a volte disperazioni, giovanili, accentuate, nel momento che viviamo, da insicurezza, da immaturità, da irrazionalità. Del resto, non è vero che l'adolescenza e la prima giovinezza siano mai state età felici se non nel ricordo di chi adolescente e giovane non è più.

Un'altra parola diventata di moda in tempi recenti è dietròlogo. La dietrologia è voce scherzosa, ma non tanto, con cui pare si designi la tendenza e l’atteggiamento di chi suppone, in ogni caso, che, dietro a un'azione, a volte anche banale, debba necessariamente esserci qualche interesse palese o recondito.

Della voce riusso si sente molto parlare, per designare il ritorno ad un passato con tendenza alla restaurazione di certi principi ed azioni che specialmente il '68 e gli anni seguenti misero a soqquadro, dando origine ad una confusione di idee o di comportamenti dai quali non siamo ancora usciti. È un fenomeno complesso che coinvolge larga parte della popolazione e un certo numero di giovani. Guardato con preoccupazione da molti, con compiacimento da alcuni, potrebbe fortemente incidere sugli atteggiamenti, anche politici, del futuro. Ora si manifesta soprattutto con un ritorno allo stile Liberty nella moda, nell'arredamento, in certe manifestazioni musicali e letterarie.

E terminiamo con un neologismo, per così dire, firmato e da una firma illustre (lo psicanalista Lacan), anarlista (si veda La Stampa del 20 gennaio scorso). La parola è formata da una mistura di anarchico e di analista. È bastata una r incorporata alla parola per esprimere una etichetta che il vecchio maestro ha voluto dare a certi suoi scolari.

Tristano Bolelli


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