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IL GRANDE DIZIONARIO BATTAGLIA

Language columnLa lingua che parliamo
AuthorTristano Bolelli
Date 19 agosto 1986
NewspaperLa Stampa
Publication placeTorino
Publication countryItalia
Page3
Column2-6

Tutti i vocaboli, purché d’autore

È una gradevole consuetudine registrare l’uscita di un nuovo volume del Grande Dizionario della lingua italiana che porta ancora il nome di Salvatore Battaglia benché, ormai, dalla scomparsa del primo autore, la direzione scientifica sia di Giorgio Bàrberi Squarotti, coadiuvata da una quindicina di redattori. Editrice è la casa torinese Utet che continua con coraggio l’impresa che l’impressione di ampliarsi nel tempo. In verità, questo tredicesimo volume, che va da perfallare a pozzura corrisponde a solo 78 pagine dello Zingarelli e comprende la bellezza di 1149 pagine.

Credo che a nessuno abbonato dispiaccia che la documentazione diventi sempre più ricca. La sola preoccupazione, diffusa un po’ in tutti, è la data finale dell’opera che si vorrebbe la più prossima possibile; ma i vocabolari sono lavoro che si protraggono nel tempo e non si possono in alcun modo confezionare più velocemente.

Il materiale è sterminato. A riprova, le due voci che ho citato come la prima e l’ultima di questo volume, perfallare e pozzura sono registrate nel pur ricchissimo Zingarelli. Si tratta di parole disusate ma un vocabolario come questo non può ignorarle. A onor del vero, Zingarelli ha puzzura, voce della quale il Battaglia rimando e che significa «puzzo».

L’altra, quella iniziale, perfallare, è tratta da un’opera antica pubblicata nel I volume degli Studi di lessicografia italiana del 1979: I meo cor non pare i mai da lei perfalla, cioè «viene meno», trattandosi di composto di fallare. Facciamo questa citazione che potrebbe apparire frutto di civetteria per mostrare quanto accurati siano gli spogli redazionali che non trascurano, come è del resto doveroso, testi pubblicati in riviste specializzate ed in tempi così recenti accanto a voci tratte da quotidiani degli ultimissimi anni. Questo pregio può procurare qualche squilibrio rispetto ai primi volumi ma la cosa pare inevitabile in considerazione dei tempi tecnici di lavorazione.

Un grave problema per ogni dizionario della lingua, specialmente oggi, è il grado di accettazione delle parole scientifiche o del mondo naturalistico. Per esempio, fra pimantrene e pimeolozi il Grande Dizionario comprende tredici vocaboli scientifici mentre lo Zingarelli che ha, naturalmente, altri fini ma non arretra di fronte alle voci scientifiche, ne ha tre. Si ha qui un’ulteriore prova dell’ampiezza del materiale accolto dal Battaglia. Certo, un vocabolario moderno tende sempre più a diventare anche enciclopedia e su questo punto si potrebbe discutere a lungo.

Tuttavia, l’atteggiamento del Grande Dizionario verso le parole straniere è rigoroso: qui non si troverò personal computer, petit-four, petit-gris, petting, photofinish, physique du rôle, pick-up, pied-de-poule, tutti presenti nello Zingarelli. C’è pierrot, ma rappresentato pierró, con esempi di D’Annunzio e Ojetti, così come piedaterra rappresenta píed-ä-terre, riesumato dal Petrocchi; e c’è ping-pong, con esempi di Marino Moretti, C.E. Gadda, Eugenio Montale, Carlo Cassola, Pier Paolo Pasolini. Insomma, l’atteggiamento verso le parole straniere è di rigida esclusione dal Grande Dizionario, a meno che non si sia verificato un processo di italianizzazione: scelta drastica che parrà a molti severa.

Il gusto di leggere un vocabolario è grande e questo piacere si prova leggendo il Battaglia come in nessun altro vocabolario italiano in quanto le citazioni degli autori, al di della classificazione del materiale che a volte pare un po’ ampia nelle suddivisioni di senso, illuminano la lettura. Anche il Tommaseo-Bellini e la Crusca (arrestata, nell’ultima edizione, alla lettera O) presentavano esempi d’autore ma ormai queste opere sono troppo antiche.

Si fanno, poi, leggendo, scoperte divertenti. È nota la storiella livornese che racconta di una donna su un autobus che ad uno che le domandava se scendeva nella prossima fermata rispose: «No, io prosèguito», per significare, ovviamente, che proseguiva. Ebbene, che gusto nel trovare alla voce perseguitare del Grande Dizionario il seguente passo di un volgarizzamento trecentesco della Bibbia: Perché volestu (volessi tu) fuggire, ch’io non lo sapessi e non me l dicesti, acciò ch’io perseguitassi con allegrezza e con cantici e timpani e ceteri? (cetre). Una voce con un valore oggi desueto in un testo di tanti secoli fa rinasce in modo autonomo nella parola della popolana incolta di Livorno ma l’impressione, sia pure fugace, che un filo misterioso tenga uniti fenomeni disparati della nostra lingua.


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