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Il pranzo opzionale

Language columnLa lingua che parliamo
AuthorTristano Bolelli
Date 18 marzo 1984
NewspaperLa Stampa
Publication placeTorino
Publication countryItalia
Page3
Column1-2

Trovandomi recentemente a Roma nell’atrio di un albergo (altri direbbe hall ed altri ancora, come risultava in quello stesso luogo, lobby) c’era un tavolinetto intorno al quale sedevano due ragazze carine con dei biglietti. Sul tavolo, un cartello con la scritta: VENDITA-OPZIONALI. Mi avvicinai per chiedere spiegazioni. Già metteva in difficoltà quella lineetta fra le due parole; poi, quell’opzionali, che cosa voleva dire? Mi fu spiegato che si trattava della vendita di biglietti per dei passi venduti a dei congressisti per un prezzo minore, riservati a chi si prenotava. Sapevo di opzionali con valore di accessori per l’auto e simili ma questa volta si trattava di buoni per colazione e pranzi. La voce opzione apparteneva una volta al linguaggio giuridico, con riferimento alla libera scelta. Ora siamo alla scelta dei pezzi di automobili e addirittura di pasti. Ma, mentre opzione veniva direttamente dal latino, opzionale ha fatto un giro più lungo e viene dall’inglese optional.

L’uso di opzionale come sostantivo manca perfino al nuovo Zingarelli e non è stato perciò preso in considerazione nello spiritoso ma anche amaro articolo di Guido Ceronetti che su questo quotidiano un paio di mesi fa ha raccolto un’ampia messe di voci straniere e di voci di cattivo gusto ricavate proprio dal più moderno (per ora) dei vocabolari italiani. È l’articolo che finiva con un passo che così suonava: «Sono andato in tilt con una gambizzata dell’OUA molto out, che mi rompe per il fare il marketing dell’OPEC me senza Know-how: questo mi ha sgasato» ecc., e così per altre quattordici righe. Ora, io vorrei che si imponesse di imparare a memoria questo passo a quelli che hanno avuto il coraggio di scrivermi a proposito di certe mie raccomandazioni sull’uso della lingua pubblicate dal nostro quotidiano che l’italiano non ha alcun bisogno di essere difeso e i dialetti .

Il ragionamento, se così può essere chiamato, si basa sul fatto che nell’ambito del nostro Stato, la lingua italiana non avrebbe alcun bisogno di difesa, di solidarietà, dato che essa sta benissimo, imposta com’è da tutta una serie di leggi e di regolamenti amministrativi scolastici, militari e giudiziari, e usata com’e da tutti i mezzi di comunicazione di massa (ma nel testo al quale mi riferisco si dice mass-media), pubblici e privati, dalla pubblicistica, dall’editoria, ecc. ecc.

Ormai ho abbastanza pratica di queste cose per sapere che nell’animo di certi difensori dei dialetti o di lingue locali albergano rivendicazioni e campanilismi che hanno poco a che vedere coi problemi linguistici. Per esempio, ho osato dire (non in questa sede) che a Trieste si parla un idioma di tipo veneto, cosa ammessa da tutti quelli che di queste cose si intendono. Ebbene, sono saltati fuori moltissimi a scrivermi che non è vero. ma la cosa non è finita qui. Molti hanno aggiunto che la povera Trieste è tartassata dall’Italia, che i triestini sono vittime del governo, che gli (altri) italiani non si occupano abbastanza della città di Trieste e che il trattato di Osimo è una bruttura ecc. Ma tutte queste questioni, ammesso che siano vere, non c’entrano nulla col carattere veneto del dialetto triestino che ha, s’, come ogni dialetto, certe sue peculiarità, ma che non sono tali da staccarlo dal gruppo dei dialetti veneti.

E così è stato epr certe mie affermazioni sul sardo. Mi è stato detto e scritto che la Sardegna è stata la regione italiana che ha dato, nella prima guerra mondiale, il più alto contributo di sangue, di morti e di feriti che i sardi vogliono un’Italia governata e amministrata meglio di adesso. Ebbene, cosa c’entra tutto questo con la questione dei rapporti lingua/dialetti? A me pare che non c’entri niente. Chi non vuole che l’Italia sia governata e amministrata meglio? C’è bisogno di essere sardi per sentire questo desiderio? Lo voglio anch’io che sono bolognese. Il fatto è che sarebbe bene, quando si parla di un argomento, non divagare. La divagazione appesantisce, produce cortine fumogene, non aiuta il trionfo della ragione. Se si vogliono difendere i dialetti e le parlate locali si devono usare altri argomenti.

Tristano Bolelli


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