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Così il guardone ha battuto il voyeur

Language columnLa lingua che parliamo
AuthorTristano Bolelli
Date 18 marzo 1981
NewspaperLa Stampa
Publication placeTorino
Publication countryItalia
Page3
Column4-7

Bruno Migliorini nel suo libro Parole e storia del 1975 notò che Giulio Gaspare Napolitano, in una novella del 1964 aveva scritto: « Un vecchio voyeur o guardone come si dice adesso ».

È, questa, una delle prime attestazioni (non sarà la prima in senso assoluto) del sostantivo guardone ed è abbastanza strano che nel Vocabolario dello Zingarelli la voce non sia registrata.* Non manca, però, nel Grande Dizionario del Battaglia e il volume che contiene questa parola è del 1972.

Guardone è traduzione del francese voyeur che nello Zingarelli figura con la definizione « chi ama assistere, non visto, traendone piacere personale, a scene erotiche, amplessi o simili ». In pochi anni la parola è passata dal silenzio di un vocabolario alla citazione di un altro.

Guardone è formato con un suflisso -one, che si trova in beone, mangione, sciupone, brontolone, ecc. ed ha manifestamente valore spregiativo.

Prendiamo bevitore e beone, mangiatore e mangione e ci accorgiamo che c'è, fra le coppie, una differenza molto sensibile. Il suffisso -one serve anche a indicare qualcosa di grande e grosso: si pensi ad omone, occhione, piedone ed in questi casi non vi è connotazione spregiativa; ma la tendenza ad indicare qualcosa in modo poco riguardoso si vede già in pancione. Infatti questa parola designa non solo una grande pancia (e si noti il cambiamento di genere) ma un uomo con una grande pancia: e in questo secondo caso non si può proprio dire che si tratti soltanto di accrescitivo.

Bruno Migliorini si chiedeva quale sarebbe stata la fortuna di guardone e concludeva: « L'avvenire deciderà: comunque, è utile avere la possibilità di surrogare voyeur ». A distanza di qualche anno possiamo dire che la parola ha attecchito anche se il francese voyeur può apparire meno spregiativo di guardone (del resto anche guardare è diverso da vedere, indicando un'azione che comporta una certa durata).

Il Migliorini cita la coppia viveur/vitaiolo notando che, anche in questo caso, la voce francese appare più raffinata di quella italiana, che ha quel suifisso -aiolo, presente non solo in cenciaiolo, boscaiolo e simili ma, ahimè, in borsaiolo, che ha trascinato vitaiolo in un ambito diverso da quello, un poco più fine, di viveur.

Nei casi che abbiamo esaminato, guardone e vitaiolo si sono posti a confronto con due voci straniere e le hanno contrastate efficacemente. Ma che dire di certe subdole e clandestine intrusioni di parole di altre lingue (e specialmente dell'inglese) che, strisciando, danno a vocaboli nostri, già esistenti con una loro precisa fisionomia, un valore diverso e per lo più ingannevole?

Prendiamo approccio. Il significato fondamentale in italiano è « avvicinamento », « l'atto di accostarsi a qualcuno per conoscerne le intenzioni » (sono famosi gli approcci di un tempo per avvicinare una ragazza). Ora i libri di linguistica sono pieni di approcci: quello psicologico, quello sociologico, quello matematico, ecc. per indicare il mode di affrontare un problema e perfino per designare un metodo. Ebbene, questo valore non si sarebbe mai affermato, io credo, se non fosse esistito l'inglese approach che, fra gli altri suoi significati, ha appunto quello, benissimo definito da un vocabolario americano che è tra i ferri del mio mestiere, di « metodo usato o passi fatti per affrontare una questione ».

Sono sicuro che, in molti casi, quell'approccio così abusato e ripetitivamente stucchevole in libri specialmente di linguistica, potrebbe essere sostituito da metodo.

Altrettanto si dica di occorrenza, che infesta i libri di linguistica matematica, usato per indicare il ricorrere di voci in un testo (inglese occurrence). In italiano occorrenza è « ciò che occorre, che è necessario, che accade, che si verifica » ed ha anche il valore di « bisogni corporali », Ormai si deve disperare di poter estirpare occorrenza dai libri di linguistica e specialmente dalle traduzioni (numerose e spesso inutili) e di sostituirlo con « ricorrenza ».

Un ultimo esempio. In un telegiornale del 20 giugno l980 ho sentito: « In Iran con la cattura dei diplomatici americani è stato apparentemente violato il diritto internazionale ». Perché quell’apparentemente? Ecco la spiegazione: in inglese apparently significa « chiaramente, evidentemente ». Di qui per ignoranza o pigrizia, l’ambiguo uso della parola in italiano.

Tristano Bolelli

* Figura, tuttavia, nell’ultima, recente edizione del 1983.


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