Text view

L’Italiano «dialetto europeo» ?

Language columnLa lingua che parliamo
AuthorTristano Bolelli
Date 17 dicembre 1980
NewspaperLa Stampa
Publication placeTorino
Publication countryItalia
Page3
Column4-7

A DISTANZA di alcune settimane, il tema trattato a Lugano nel convegno che aveva per argomento: « L'italiano nel mondo: lingua veicolare o di cultura? », di cui ha dato ampia notizia anche La Stampa, merita ulteriori riflessioni specie da parte di chi, come me, è stato fra gli invitati ad esprimere il proprio parere insieme coi colleghi italiani Baldelli, Branca, De Mauro e con gli studiosi svizzeri Bianconi e Lurati. Autorevole rappresentante del ministero degli Affari esteri italiano, il ministro Sergio Romano, che ha fornito dati chiari su questioni così scottanti come la diffusione dell'italiano nei Paesi dove si trovano tradizionalmente numerosi nuclei italiani (l'America settentrionale e meridionale, il Canada, l'Australia) o dove più recenti emigrazioni hanno portato considerevoli masse di lavoratori.

Di qui la forma di dilemma dato al tema da trattare anche se nessuno può mettere in dubbio che la lingua italiana con la sua plurisecolare tradizione sia lingua di cultura.

Se come è stato detto, si calcola che nel mondo l'italiano sia studiato da circa 700 mila persone, occorrerà distinguere fra chi, dopo un paio di generazioni, riscopre le sue radici italiane, come avviene in molti casi, specialmente negli Stati Uniti d'America, e chi avverte con stupore la presenza attiva del suo povero italiano all'estero fra uomini appartenenti al terzo mondo spinti a servirsi della nostra lingua come mezzo di comunicazione perché son venuti a contatto con operai e tecnici italiani esportatori di lavoro in zone lontane dell'Africa e dell'Asia.

Di fronte all'uso linguistico come modesto strumento di comunicazione in Paesi remoti si offuscano le discussioni che non hanno cessato di coinvolgere gli studiosi italiani da secoli: cos'è l'italiano? quale modello scegliere (toscano, romanesco, settentrionale)? È una questione che ha cessato di aver corso per l'inglese nel quale convivono diverse tradizioni, diversi modelli, diverse pronunzie perché non si può pretendere che una lingua mondiale guardi troppo per il sottile.

Ma l'italiano, lingua aristocratica per eccellenza, non ha mai cessato di autoesaminarsi, di autocriticarsi, di autocensurarsi. È pensare che qualcuno, senza tanti complimenti, ha proposto di lasciare l'italiano, che pure Galileo sognò per un momento come lingua universale della scienza, al suo destino di dialetto europeo ed ha esortato tutti a studiare e a parlare l'inglese, con una ipotesi suicida alla quale hanno dato giustificazione anche certi scienziati italiani che, per farsi capire dagli studiosi stranieri, scrivono in inglese.

Del resto, se si viene al dominio tradizionale dell'italiano, all'élite degli studiosi che sapevano l'italiano perché lo consideravano importante e, in certi casi, indispensabile, forti delusioni si presentano considerando che, per esernpio, in Francia negli ultimi anni le scuole d'italiano sono state ridotte dal governo francese a tutto vantaggio dell'inglese.

Del resto, in un recentissimo articolo scritto in francese (si badi), l'Autore, d'origine tedesca, dice chiaro che un importante studio fatto da quel grande linguista che fu Benvenuto Terracini non ha avuto alcun effetto perché era scritto in italiano. Il bello è, però, che la prima redazione di quel lavoro fu pubblicata dal Terracini anni prima in spagnolo e questo dimostra che l'autore o non conosce la bibliografia o non sa neppure leggere lo spagnolo.

Ma, tornando al nostro italiano, non dobbiamo nasconderci che è vera la maggiore importanza, rispetto a tutte le altre lingue, dell'inglese, in generale, come lingua di comunicazione ma che è altrettanto vera la poca propensione o capacità degli studiosi italiani a scrivere opere che, avendo sicure doti scientifiche, siano presentate in modo da non scoraggiare il lettore e cioè in uno stile chiaro ed ampiamente accessibile.

Se è vero, come e stato detto, che in Giappone ci sono dei tassisti che leggono il Decamerone, vorrei vedere che cosa capirebbero dei testi italiani di certi uomini politici, di certi saggisti, di certi studiosi anche illustri.

Accade, così, che noi traduciamo e traduciamo saggi, saggiuoli, trattati, molti dei quali sono perfettamente inutili e non abbiamo avuto (ora, però, le cose vanno migliorando) una saggistica che, tenendo conto dei dati scientifici, sia leggibile e, quindi, esportabile. Quanto alle nostre scuole d’italiano all'estero, si è parlato piuttosto negativamente degli Istituti italiani di cultura, anche se si devono fare delle eccezioni. È un fatto che quelle istituzioni si sono trovate di fronte a compiti nuovi con l'ondata dell'emigrazione. Certo, occorre affiancare agli istituti scuole di lingua per diversi livelli di istruzione e per consentire di mantenere una tradizione che costituisca un legame con la terra d'origine. Cosa che è più facile dire che fare.

Infine, ci deve essere la persuasione che il prestigio di una lingua è in indissolubilmente legato al prestigio della nazione. Non per nulla gli studi più importanti degli italianisti stranieri riguardano il Rinascimento italiano, età che segnò un periodo di autentica originalità e superiorità della civiltà italiana.

Tristano Bolelli


Download XMLDownload textParagraph viewSentence view