Text view

Divisi da un accento

Language columnLa lingua che parliamo
AuthorTristano Bolelli
Date 17 settembre 1982
NewspaperLa Stampa
Publication placeTorino
Publication countryItalia
Page3
Column3-5

Alle righe che scriviamo in questa rubrica, fanno riscontro almeno tre tipi di reazioni: di quelli che scrivono direttamente all’autore, di quelli che scrivono lettere al Direttore e di quelli che scrivono su altri giornali. Naturalmente non contiamo quelli che leggono, approvano o disapprovano ma in incognito e quelli che non leggono affatto.

Una mi osservazione, fatta fra molte altre, sull’opportunità di scrivere pronome accentato ma se stesso o se medesimo senz’accento (La stampa del 17 luglio) non ha incontrato il favore di un distinto dialettologo e storico della lingua, autore, con Manlio Cortelazzo, di ottimo «Dizionario etimologico della lingua italiana» in corso di pubblicazione da Zanichelli. Lo Zolli consiglia di scrivere pronome sempre con l’accento, anche quando è seguito da stesso e medesimo.

La sua conclusione giunge alla fine di un articolo abbastanza lungo sul Messaggero Veneto del 4 agosto, in cui si riconosce che una norma precisa non esiste, si constata che poche sono le opere che si occupano dell’accentazione di singoli autori studiati sugli autografi, si fa presente che l’uso di scrivere il pronome con l’accento deriva dalla volontà di distinguerlo da se congiunzione (la stessa norma per cui si distingue la articolo da avverbio).

Che non ci sia una regola fissa è provato dal fatto che il Tommaseo, precedentemente al «Dizionario della lingua italiana» scrive ora stesso ora se stesso per fissarsi costantemente su questa seconda grafia nel «Dizionario». Ma c’è da dire qualcosa in più. una ragione di suggerire se stesso e se medesimo (cosa che fanno in generale le grammatiche) va cercata, secondo me, in un fatto che non mi pare sia stato sin qui preso in considerazione. Non dovrebbe essere tanto la volontà di distinguere li pronome da avverbio, come è scritto in più di un libro, a determinare l’uso di accentare o no la particella quanto il fatto che li e la rispettivamente pronome e articolo, sono atone perché si appoggiano all’elemento che segue (li vide, la lodo).

Se applichiamo questa osservazione a pronome, vediamo che nelle sequenze di suoni in e per l’elemento è tonico e perciò sta bene accentato mentre in se stesso e se medesimo l’accentazione si sposta su stesso e medesimo e perciò in questi casi pare opportuno lasciare se senz’accento. La decisione del doppio trattamento di non sarebbe dunque una complicazione inutile ma frutto di una riflessione che fa scendere la necessità di semplificazione e di chiarezza invocata per suggerire l’accentazione generalizzata a fatto secondario.

Al consiglio di accentare sempre anche quando è seguito da stesso o medesimo fa riscontro l’uso opposto di non accentarlo mai, come si trova in un autore di cui abbiamo gli autografi: si tratta niente meno che di Giacomo Leopardi che, per esempio, scrive: Per se sola La vita dell’uom non ha pregio nessuno o Che non a se, non ad altrui, la bella Felicità («Al Conte Carlo Pepoli», versi 16 e 23) e Maggior di se o Dolce per se («Le ricordanze», versi 35 e 58). E che Leopardi fosse ben deciso a non accentare mai è provato dal fatto che nella sua «Antologia», riportando I Sepolcri del Foscolo, scrive: Ma perché pria del tempo a se il mortale / Invidierà l’illusion

Visto che non ci si può appigliare, per l’incongruenza della tradizione ortografica, a precedenti da seguire indiscutibilmente, spiacente di non essere d’accordo con lo Zolli, ripeto la proposta di scrivere quando la particella è accentata ma se stesso e se medesimo dove la particella accentata non è: non pare questo criterio arbitrario, per le ragioni che abbiamo detto. D’accordo sono, invece, con l’illustre scrittore Geno Pampaloni che, oltre alla coppia di aggettivi boccaccesco boccacciano di cui ho parlato recentemente, segnala in una spiritosa «Lettera al Direttore» alfieriano alfieresco.

Ho messo in ordine inverso le due coppie per indicare la loro diversa fortuna. Boccacciano, pur essendo sorto accanto a boccaccesco e con un significato simile, poi se ne è differenziato ed oggi non ha il valore della forma in -esco, più caratterizzata in senso malizioso. Alfieriano vale «che si riferisce all’Alfieri» mentre alfieresco riporta alla durezza ed alla breviloquenza dell’Alfieri come giustamente nota il Pampaloni, ed esclude il valore insito in boccaccesco: insomma alfieresco può essere arcigno ma non licenzioso. Quanto a marxesco, la trovata è pregevole. Accanto a marxista e a marxiano, le derivazioni, così frequenti ormai, potrebbero certamente esser chiamate marxesche. Ma chi, essendone implicato, vorrà accogliere il nuovo aggettivo nonostante l’istituto dell’autocritica? E poi c’è l’assonanza con farsesco.

Tristano Bolelli


Download XMLDownload textParagraph viewSentence view