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I GERGHI

Language columnLa lingua che parliamo
AuthorTristano Bolelli
Date 17 maggio 1986
NewspaperLa Stampa
Publication placeTorino
Publication countryItalia
Page3
Column5-7

Epigrammi della mala

I gerghi, in senso proprio (ma c’è chi estende illegittimamente la parola ai linguaggi tecnici e parla di gergo dei medici o dei fisici) sorgono dalla volontà di un nucleo sociale di non farsi capire. Nel passato hanno avuto, pur nelle differenziazioni dei gruppi che li hanno usati, una stabilità molto maggiore di quella che hanno oggi, almeno per quanto riguarda i gerghi della malavita. Oggi esistono molti mezzi che consentono di penetrare nel mondo chiuso di chi esercita attività illecite: intercettazioni telefoniche con le relative microspie, le infiltrazioni di agenti, l’attenzione della autorità di polizia, sempre più interessate al fenomeno. Di qui la necessità di variare le parole presente in ogni gruppo che si vale del gergo per continuare a fruire di un linguaggio clandestino. Tuttavia, considerando una serie di esempi recentemente portati all’attenzione del pubblico, si riscontrano parole già da lungo tempo note: per esempio, spiritosa, che designa la rivoltella, chiamata con un altro termine, noto da tempo, osso di prosciutto.

Queste due denominazioni compaiono nel prezioso libro di Ernesto Ferrero I gerghi della malavita dal 500 ad oggi, edito da Mondadori nel 1972; ma che la rivoltella si chiamasse creatura o cavallo, proprio sembra una novità. Cavallo è dato da Ferrero con significati di «tasca dei pantaloni» complice «cinquecento lire» (ormai in disuso per il basso valore di tale moneta), «fagotto della coperta di un carcerato in trasferimento», «metodo per far uscire da una grata oggetti o biglietti che devono raggiungere un’altra cella» ma soprattutto «orologio». Il significato di «rivoltella» pare dunque dovuto a quella necessità di trasformazione linguistica alla quale abbiamo accennato.

La calcosa designa la «strada» fin dal tempo del libro Nuovo modo de inteder la lingua zerga (di autore anonimo), che ebbe una trentina di ristampe fra la seconda metà del Cinquecento e la prima metà del Seicento, indice sicuro di interesse per il contenuto dell’opera che si riporta ad un ambiente universitario padovano. La più antica edizione pare quella del 1545 stampata a Ferrara.

Fu fi moda in quel tempo il gergo non tanto come frutto della malavita quanto come gioco in ambienti colti e basterebbe a provarlo l0uso ampiamente segnalato di dragon per «dottore» col dragon del gran soprano per «dottore in legge» con una allusione scherzosa gustosissima.

Calcosa presenta il suffisso osa, molto frequente nelle voci gergali e basterà dire che le scarpe sono dette fangose, le carte sfogliose (ma questo termine designa anche i biglietti di banca), balloso, con una connotazione non proprio lusinghiera, il giornale, buiosa la prigione, spinosa la barba, bramosa l’amante, dannosa la lingua. Molte voci come questa hanno un’etimologia trasparente: si tratta per lo più di trasposizioni di significato, spesso molto spiritose.

Chi per primo ha chiamato tombola gli anni di condanna, fisica una rozza sigaretta fatta a mano, la verta la morte, aveva sicuramente molto vivo il senso della metafora. E persino il sorvegliatissimo Manzoni ammise nei Promessi Sposi una voce di gergo morto per «somma di denaro (di provenienza più o meno legittima) che si tiene nascosta» quando dice: «L’oste l’agguanto subito e come con le mani alle tasche per vedere se c’era il morto» e: «Arrivati trovano effettivamente in vece del morto la buca aperta». Con l’uso in Manzoni (anche se ci sono attestazioni prima di lui) morto è diventato di dominio pubblico, uscendo dal segreto del gergo.

Come ci sono parole che si riportano a certi ambienti, ci sono voci che appartengo a determinate regioni. Il siciliano ha, per esempio, gaddu cu la pinna (gallo con la penna) per designare il carabiniere a Bologna i carcerati (e si ricordi qui il bel libro di Alberto Menarini «I gerghi bolognesi», Modena, 1942) chiamano cavalcanti i pantaloni, duomo il Monte di pietà ed anche il domicilio coatto.

Lo studio scientifico del gergo ha origini illustri in Italia; basterà dire che fra i più acuti osservatori di fatti gergali c’è nell’Ottocento, Graziadio L’ Ascoli, il più illustre dei linguisti italiani. Egli disse: «Ci si para dinnanzi la più strana congerie di figure epigrammatiche, burlesche, stravaganti, arditissime, oscene, sacrilighe, frammiste ad altre che riflettono serio e rigoroso il pensiero o il candore delle primitive creazioni idiomatiche»: un giudizio che esprime perfettamente l’essenza e il carattere del gergo.


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