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Buonasera e s-ciao

Language columnLa lingua che parliamo
AuthorTristano Bolelli
Date 17 febbraio 1983
NewspaperLa Stampa
Publication placeTorino
Publication countryItalia
Page3
Column5-7

Mi viene chiesto da una lettrice se non disturbi anche me quell’arrivederci che i presentatori televisivi dicono ai telespettatori alla conclusione di un programma. «Noi vediamo loro ma loro non vedono noi, dunque un arrivederci, che è, come appare evidente, reciproco, non sta in piedi». Questa l’argomentazione che mi viene presentata.

Ora, vorrei invitare la gentile lettrice a riflettere sul fatto che quell’arrivederci va interpretato come un modo qualunque di salutare ed un auspicio a riavere lo stesso pubblico la puntata seguente. Non è forse il caso di badare ad un concetto logico per formule stereotipate come buongiorno, buonasera, ciao. Se di questi tre modi di salutare i primi due sono trasparenti, ciao non è più sentito legato alla sua origine. Chi, infatti, riconosce più in esso la parola «schiavo», in veste originariamente veneziana s-ciao «(sono suo) schiavo»?

A proposito di queste formule di saluto, negli ultimi anni sul normale buongiorno si sente prevalere, alla radio, alla televisione e in molte zone del parlato, buonagiornata. L’origine prevalere di buonagiornata su buongiorno è forse da ricercare nel Mezzogiorno d’Italia; anche in questo esempio non è il caso di sottilizzare sui due valori che, tuttavia, non si ricoprono, di giornata e di giorno: il primo dei quali designa il periodo compreso tra l’alba e il tramonto ed anche il guadagno giornaliero, il secondo lo spazio di ventiquattro ore fra una mezzanotte e la seguente ed anche il periodo durante il quale il sole resta sopra l’orizzonte. Se le due formule di saluto si equivalgono ormai per molti (tuttavia confesso che io non mi rassegnerò mai a dare la buona giornata ma continuerò a dire buongiorno), accanto a buonasera non è nato un buona serata che nessuno mi pare dica, accanto a buonanotte è sotto un buona nottata. Parliamo delle formule di saluto e non dell’uso delle parole in perché è chiaro che, come si dice che uno ha avuto una buona giornata (perché fruttuosa e soddisfacente), possiamo ben dire che uno ha avuto una buona serata.

Nel parlato rapido si hanno perfino giorno!, sera!, notte! per «buongiorno», «buonasera», «buonanotte». È la via per trasformazioni che, come quella di ciao, esistono portando a risultati non più riconoscibili. La forma di saluto piemontese cerea risale in ultima analisi a «signoria» a cui corrisponde anche etimologicamente, così come il genovese scià, che arriva perfino a significare «Lei».

Le parole che si usano molto sono soggette a cambiare significato, a banalizzarsi. Esempi di banalizzazione sia pure su un altro piano sono ormai in italiano studente da una parte e professore dall’altra. Un tempo si faceva una distinzione netta fra scolaro o alunno e studente. Un ragazzo delle scuole elementari e della scuola media inferiore non sarebbe mai stato chiamato studente ma scolaro o alunno. Gli universitari erano invece studenti.

Scolaro ricompariva per «allievo di una grande professione», cioè di un «maestro» (e l’uso è rimasto, anche se di veri maestri ce ne sono sempre di meno).

Quanto a professore, un illustre cattedratico di letteratura latina di cinquant’anni fa già voleva essere chiamato soltanto signore perché, diceva, professore si applica a maestri di ginnastica, di massaggi e di altre discipline, diciamo così intermedie. Certo, in Germania è chiamato professore soltanto il cattedratico. Gli insegnanti di scuola media ed anche illustri studiosi non cattedratici non vengono chiamati professori.

Il titolo di dottore che viene dato all’estero con assai maggior parsimonia che in Italia dove tutti sono dottori è molto qualificante.

Negli ultimi anni direi dal tempo della soppressione della libera docenza si fa un grande spreco della voce docente con cui si designano insegnanti di scuola media ed universitari di vario diverso livello: chiunque, insomma, insegni qualche cosa. Siamo o non siamo un popolo di cavalieri? Un titolo di cavaliere ed un sigaro toscano fu detto non si negano a nessuno. Perché negare il titolo di professore o, se questo sembra troppo frusto, quello di docente?

Tristano Bolelli


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