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L’USO DELL’ETIMOLOGIA

Language columnLa lingua che parliamo
AuthorTristano Bolelli
Date 15 dicembre 1985
NewspaperLa Stampa
Publication placeTorino
Publication countryItalia
Page3
Column2-5

Un brigante nel salotto

Rifarsi all’origine etimologica per parole che impieghiamo ogni giorno è un’operazione certamente molto istruttiva ma pericolosa per chi volesse chiedere una legittimazione all’uso odierno.

Quando Antonio Gramsci scrisse: «I Napoletani d’una donna bella dicono che è buona, senza malizia certamente perché bella è proprio un più antico bonula», non ebbe certo presente la lingua nella dimensione della simultaneità nella quale l’adoperiamo quotidianamente.

Chi se ne accorso, e in modo modernissimo, fu (ancora lui) Alessandro Manzoni il quale negò, contro il parere del Monti, che la padronanza piena di una lingua si abbia mediante l’etimologia e la storia delle parole. Infatti, egli osserva che non si potrebbe dire giovin signore e donna di servizio perché signore viene dal latino seniorem che è il comparativo di sener «vecchio» e donna da dominam che vuol dire «signora»; sarebbe lecito parlare di linguaggio infantile se è vero che infantile è il latino infantilis, a sua volta da infans, il cui significato etimologico è «che non parla».

Il Manzoni anche qui insegna sorridendo che il torto di Gramsci, a parte la malizia o non malizia dei napoletani nel dire che una donna è buona (ma a me pare che il significato di buona in questo caso comprenda una formosità e una rotondità di attributi che non è sottesa da bella) è stato quello di non ricordarsi che la lingua che noi parliamo ha, nelle sue parole, un valore che prescinde da ogni etimologia prossima o remota.

Quando dichiamo che uno è cattivo, non stiamo certo a pensare, anche se lo sappiamo, che la parola latina da cui deriva cattivo è captivus che significava «prigioniero»; ma prigioniero di chi? Niente meno che del diavolo. Infatti captivus diaboli, «indemoniato», era detto chi si mostrava di animo duro e commetteva azioni contrarie a quell’ideale di bontà che il cristianesimo propugnava.

A volte il signifiato che per noi è sicuro si complica incredibilmente se vogliamo chiarire il valore delle voci di provenienza. Per esempio, per noi il significato di pagano non presenta alcuna difficoltà. Ma se ci domandiamo perché l’infedele fu chiamato pagano sorgono problemi sui quali si sono scritte decine e decine di monografie.

In latino paganus significava «abitante di un villaggio» (pagus) e parve natrale mettere questo fatto in relazione con la più lunga sopravvivenza del culto degli dei nelle campagne che non nelle città. Ma si è osservato che nulla prova tale circostanza.

Di qui il sorgere di un’altra ipotesi secondo la quale paganus era considerato, nel linguaggio militare, colui che non era soldato. Poiché il cristiano era «soldato di Cristo» (milites Christi), ecco che paganus avrebbe indicato il «non soldato» (di Cristo). Altri, infine, notando che pagus indicava una comunità che si mantenne anche in città e che ad essa sarebbe stata affidato il culto degli dei, ricongiunge a tale valore giuridico di pagus il nuovo significato.

Un discorso diverso da quello dal quale siamo partiti è da fare se, nell’ambito di una lingua, consideriamo i termini usati nelle frasi letterarie antiche e nelle riesumazioni moderne di frasi antiche.

Quando Giovanni Boccaccio diche frate Cipolla «è il miglior brigante del mondo», vuol dire che era amante delle brigate, che era un buon compagnone e nnon un bandito, un fuorilegge. La parola viene da brigare (a sua volta da briga «forza» probabilmente di origine celtica). Ma non porta, nel caso dell’esempio del Boccaccio il marchio di brigata, non certo nel senso militare ma in quello di «compagnia di persone» (per conversare e divertirsi).

Abbiamo dunque, se vogliamo intendere un testo, l’obbligo di informarci dell0esatto valore delle parole senza il quale ogni nostra comprensione sarebbe gravemente compromessa; ma sarebbe errato voler risalire all’etimologia (che è di per un eccellente esercizio storico e logico) per attribuire valori che le parole di oggi non hanno più. Chi direbbe oggi di una persona affabile, amante delle buone compagnie, che è un brigante?

Semmai si dice scherzosamente e affettuosamente di un amico e perfino di un bambino quando sono svelti e vivaci.


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