Text view

Un asse e un attimino di cortesia

Language columnLa lingua che parliamo
AuthorTristano Bolelli
Date 14 luglio 1981
NewspaperLa Stampa
Publication placeTorino
Publication countryItalia
Page3
Column3-6

UN lettore che mi si mostra benevolo mi scrive che non sop- porta il verbo calare quando è usato col significato di « scen- dere sotto l'orizzonte , riferito in particolare al sole. Dice, perciò, che digerisce male il celebre passo di Carducci Il so- le Ridea calando dietro il Resegone. Gli piacerebbe che ca- lare significasse soltanto « diminuire . A parte l'uso antico e diffuso di « scendere sotto l'orizzonte », che cosa rispon- dergli se non che la metafora è pur sempre alla base del lin- guaggio umano e che il Carducci sapeva che non era il sole a scendere (a calare) dietro il Resegone e che vi sono seri dub- bi che possa mai trattarsi del Resegone? Molto va perdonato a chi crea metafore, deviazioni fan- tastiche dalla realtà effettuale. Le metafore allontanano la lingua da una assoluta rigidità logica e sono create non solo dai poeti ma anche dalle persone comuni. Ad esse, inoltre, si deve se non riescono le traduzioni elettroniche da lingua a lingua, sogno di una trentina di anni fa. Fu quello il perio- do in cui sia gli Stati Uniti che l'Unione Sovietica spesero ca- pitali per arrivare alla traduzione automatica ed io ricordo che un giovane ricercatore italiano che si trovava in Ameri- ca mi mandò uno dei primi tentativi di traduzione automati- ca dal russo in inglese, un discorso di Krusciov: i punti dove le cose andavano peggio erano proprio quelli in cui compari- vano frasi metaforiche. Apparentemente lontana da quanto stiamo dicendo è una integrazione che mi permetto di fare ad una notazione di quell'attenta e brillante osservatrice e scrittrice che è Lietta Tornabuoni la quale sulla Stampa del 2 luglio cita come tic verbale la voce attimino che chiama « irrazionale, dato che l'attimo è già una frazione di tempo minima, contraddittorio perché usato invece per definire tempi lunghi ». Sono perfettamente d'accordo sul fatto che di attimino si abusa e che come da tante altre parole stucchevolmente ri- petute bisogna guardarsene, ma vorrei aggiungere che atti- mino, quasi certamente diffuso dalla Toscana, proprio in quel- la sua forma diminutiva, pare chiedere scusa della probabile sua possibile lunga durata. Inoltre, è proprio giusto chiamar- lo, come ho fatto io, diminutiva, visto che può durare a lungo? Non è forse una forma quasi di cortesia, un vezzeg- giativo? Nell'ambito degli aggettivi c'è, fra tanti altri, picci- nino derivato da piccino, che parrebbe abbastanza piccolo di per da non ammettere un ulteriore derivato. Anche nella sintassi c'è un uso dell'imperfetto che chia- merei di cortesia quello che usiamo quando, entrando da un tabaccaio, diciamo: « Volevo una scatola di cerini »; in cui quel volevo attenua un voglio e sostituisce un altrettanto ri- guardoso vorrei. Questo per ribadire che nella lingua la ra- zionalità è una componente ma che ci sono tante altre moti- vazioni dettate dall'emotività, da spinte irrazionali, di cui dobbiamo valutare l'importanza spesso determinante. La lin- gua non è tutta fantasia ma la fantasia entra per una grande parte. E veniamo ora ad un lettore che, credendo di fare lo spiri- toso, mi apostrofa scherzando sul mio nome (quasi che me lo fossi messo io, come fece Tristan Bernard che si chiamava Paul), ripetendo una figura retorica in uso nel medioevo quan- do, per esempio, Guittone d'Arezzo prendeva in giro uno che si chiamava Manente, dicendo che non si poteva applicare quel nome ad un uomo che era sempre in movimento da una città ad un'altra. Che mi contesta il lettore? Di aver usato asse al maschile parlando di asse Firenze-Roma (e così del famigerato asse Roma-Berlino): per lui asse, anche in questo caso, deve es- sere femminile. La sua conclusione è perentoria: « Se risul- tasse giusta la mia tesi dell'asse preferibilmente femminile (come anche, del resto) vorrei che Lei s'impegnasse presso i suoi colleghi giornalisti a debellare questo idiotismo che com- pare 95 per cento delle volte compaia il vocabolo in que- stione , Non mi resta che rispondere brevemente: asse, nell'uso figurato di « linea immaginaria che congiunge due punti » è maschile e perciò non posso davvero impegnarmi a soste- nere una proposta sbagliata. Asse femminile è una tavola di legno stretta e lunga e davvero non si sa come immagina- re un asse di legno stretta e lunga che congiunga Roma a Fi- renzeo a Berlino. Il latino axis, da cui derivano le voci ita- liane (c'è chi distingue un axis e un assis, ma le cose non cam- biano) è maschile. La forma femminile deve il suo genere all'analogia con altre parole (parte, mente, ecc.). Quella ma- schile è una riesumazione dotta e scientifica di quella latina E mi pare che basti.

BolLS140781


Download XMLDownload textParagraph viewSentence view