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È un intellettuale? Siamo nei guai

Language columnLa lingua che parliamo
AuthorTristano Bolelli
Date 13 febbraio 1981
NewspaperLa Stampa
Publication placeTorino
Publication countryItalia
Page3
Column6-7

Perché accademia e fare dell'accademia hanno valore spregiativo nonostante la nobiltà delle origini e l’indubbio incremento agli studi dato dalle accademie? Si pensi, se non si vuol risalire alla famosa scuola di Platone, all'Accademia dei Lincei, così pervasa di spirito galileano, fondata nel 1603, all'Académie française che sorse una trentina di anni dopo o all'inglese Royal Society che ricevette la carta di fondazione nel 1662.

La prima attestazione italiana della voce risale al '500 e non vi fu, si può dire, centro italiano di qualche importanza che non avesse la sua accademia, spesso con nomi bizzarri (degli Incamminati, dei Rozzi, dei Sepolti ecc.). Ma, nel significato di « trattenimento celebrativo, saggio o prova musicale o poetica », che già troviamo nel '600, è contenuto in germe quel valore spregiativo che vistosamente si diffonde nell'Ottocento quando fare dell'accademia significa trattare un soggetto senza approfondimento e per mero diletto, far sfoggio di una cultura per lo più sorpassata.

Nel dominio dell'arte accademia designò un tipo di lavoro ripetitivo, senza forza di novità, rispetto agli artisti più originali e ribelli dell'avanguardia. Grandezza e decadenza di una parola che non è però la sola a subire una degradazione dalla quale i pur insigni esempi di Accademie che abbiamo citato non sono riusciti a liberarla.

Si prenda borghese e borghesia, parole che hanno avuto una storia gloriosa, designando prima, fin dal Duecento, chi abitava in un borgo o in una città in contrapposizione ai contadini o villani, poi gli appartenenti al ceto sociale intermedio fra la nobiltà e il proletariato

Al borghese vennero attribuiti atteggiamenti gretti, meschini, conformisti e peggio, si vuol negare che in qualche caso meritasse tale fama. Eppure, se si esaminano gli esempi degli autori, sia di borghese sia di borghesia che compaiono nel « Grande Dizionario » del Battaglia, dall'Ottocento ai nostri giorni e facile vedere che ben pochi hanno valore negativo. Semmai negativamente sono visti il piccolo borghese e il grasso borghese.

Non c'è dubbio che la scomparsa della nobiltà e l’ascesa del proletariato hanno contribuito a caricare i termini borghese e borghesia di connotazioni non propriamente positive. Più un ceto si allarga e più gli si attribuiscono colpe, vere o immaginarie, nella lotta politica. E la borghesia moderna nelle società occidentali si è indubbiamente ampliata di ex-nobili da una parte e di ex-proletari dall'altra. Solo che nessuno dei due vuole, in generale, riconoscersi nella borghesia anche se, negli ultimissimi tempi, c'è chi ne ha fatto di proposito l'elogio.

Un'altra parola che, nella nostra epoca, sta rovinandosi, per così, dire, la reputazione è intellettuale. A parte il valore medioevale, la voce diventò di moda, nel senso moderno, alla fine del secolo scorso, prima in Francia, poi in Italia. All'impeccabile definizione di un vocabolario moderno secondo la quale l’intellettuale sarebbe una « persona di elevata cultura e di raffinato gusto estetico, che coltiva o segue con interesse la letteratura o l'arte », si oppone l'opinione di altri che ammettono solo l'intellettuale « impegnato », che eserciti una profonda influenza su una classe sociale, su una categoria ecc.

E qui cominciano i guai, almeno nella estimazione generale che richiede allintellettuale di essere, per quanto è possibile, sopra le parti (e ciò non significa privo di partecipazione alla vita) e perciò indipendente da sollecitazioni esterne. Secondo certe definizioni, si corre il rischio di considerare intellettuale D'Annunzio per la sua azione politica e non Leopardi, che non si espose mai alla vita pubblica: una china che pare davvero pericolosa fino all'assurdo.

Insomma la definizione di intellettuale non è davvero univoca e sta subendo una degradazione, tanto più che si sono visti dei cosiddetti intellettuali impegnati disimpegnarsi con facilità in un processo trasformistico che contribuisce a rendere dubbio il termine; tanto equivoco che Sciascia è arrivato a proporre di adoperare, invece di intellettuali, la parola intelligenti. Purtroppo il termine è già occupato e vuol dire altro, ma la proposta significa che su intellettuale vi è incertezza e, in fondo, un increscioso equivoco.

Tristano Bolelli


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