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SORPRESE TOSCANE

Language columnLa lingua che parliamo
AuthorTristano Bolelli
Date 12 settembre 1985
NewspaperLa Stampa
Publication placeTorino
Publication countryItalia
Page3
Column2-6

Ciocche, pigne e grappoli d’uva

In ampie zone d’Italia si dice penzare per «pensare», conzerva per «conserva», arzenale per «arsenale» e così via. Il fenomeno ricorre nel siciliano, nel calabrese, nel napoletano, nel romanesco, nel corso e perfino nel milanese, come risulta da un classico studio di Carlo Salvioni del 1884, e non è estraneo neppure al toscano: penzo per «penso», bolzo per «bolso» e simili sono attestati nel Vocabolario lucchese del Nieri e in pisano si sente ancora oggi, per esempio, il zole per «il sole» e a Siena e in Maremma non è difficile sentire l’inzalata, un zacco, salza e così via.

Il fenomeno è del tutto sconosciuto a Firenze e a Prato, mentre c’è a Pistoia a conferma della varietà delle parlate toscane che per i non toscani è concetto non proprio facile da afferrare.

Chi vive in Toscana si rende conto, per poco che stia attento alla diversità, di tali differenze e ben se ne avvide, per quanto riguarda il vocabolario, Alessandro Manzoni che, nella Lettera ai Bonghi intorno al Vocabolario, del 1868, dice: «Quello che a Firenze si dice Grappolo d’uva, a Siena Zocca d’uva, a Pisa e in altre città Pigna».

E ancora: «Quelle due strisce di panno o d’altro, con le quali si sorregono i bambini per avvezzarli a staccarsi, a Firenze chiamano Falde, a Siena Dande, a Pistoia Lacci, a Arezzo Caide, a Lucca Cigne, e non so se altrimenti in altre città toscane».

Nei due esempi c’è da dire che, per il primo la parola vincente nella lingua è quella fiorentina grappolo, nel secondo quella di Siena donde, certo molto più diffuso di falde, voce destinata più frequentemente ad altri significati nell’uso comune.

Le parole di Manzoni mi sono venute in mente scorrendo il recente Vocabolario pistoiese redatto da Lidia Gori e Stefania Lucarelli, a cura di Gabriella Giacomelli, pubblicato dalla Società pistoiese Storia patria.

Delle due parole citate da Manzoni, ciocca per «grappolo d’uva» è dato come voce comune: l’altro, tacci per «dande» come desueto. E già qui possiamo vedere quanto da un secolo in qua la situazione sia cambiata; come è da attendersi per ogni lingua ed ogni dialetto.

Il Vocabolario pistoiese è un inventario di voci preziose per la ricerca dialettale toscana anche se all’innegabile cura posta nel raccogliere parole e locuzione e nell’indicare se si tratti di voci comuni, rare o desuete, non sono non fa riscontro alcun tentativo di etimologia ma, cosa di cui si sentirebbe maggio necessità, una indicazione sulla diffusione geografica dei singoli termini.

Mi spiego meglio dicendo che l’etimologia è un’arte difficile, tanto è vero che un maestro di glottologia del secolo scorso affermava che sarebbe stato contento se, alla fine del suo corso universitario, avesse insegnato ai suoi scolari a non fare etimologia. Altro discorso invece da fare per la diffusione geografica delle parole.

Quando, per esempio, nel Vocabolario pistoiese si trova labbrata «manata sul viso, schiaffo», si tratta di voce molto diffusa in Toscana e non prettamente pistoiese: e così è di cipolla «ventriglio di pollo e altri volatili» e di moltissime altre parole. La preparazione di un «Atlante linguistico toscano» intrapreso dalla Giacomelli avrebbe dovuto facilitare l’impresa, ma spesso, si sa, a certe opere occorre fissare un limite di tempo e tutto non si può fare.

È ben vero che nell’Introduzione la stessa Giacomelli dice che «questo vocabolario intende raccogliere tutto quello che di toscano sia nella parlata pistoiese» ma una precisazione dell’area sarebbe stata molto utile e gradita tanto più che casi come labbrata e cipolla, termini toscani di grande diffusione, sono accolti perfino nel Vocabolario di Zingarelli. È probabile che la limitazione al Vocabolario della lingua e della civiltà contemporanea di De Felice-Duro, nel senso che la raccolta di voci pistoiese si è riservata a ciò che non si trova in quel vocabolario, sia stata troppo restrittiva.

Resta pur sempre l’utilità della raccolta con voci vivaci e pittoresche e basterà qui ricordare qualche campione: losco, detto di tempo quando è incerto, menco «persona tonta, inetta» e anche «lenta», musceppia «bambina o donna pettegola e dispettosa» e «bambina magrolina»: stoppa «sbornia» e tanti altri che fanno vedere quale grande serbatoio di parole sia ancora la Toscana.


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