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Così l’agro tradì l’aceto

Language columnLa lingua che parliamo
AuthorTristano Bolelli
Date 10 giugno 1984

Un anno fa si svolgeva nella splendida sede dell’Accademia dei Lincei, il Palazzo Corsini di Roma, un Convegno nazionale sul tema «Il linguaggio della divulgazione» promosso da Selezione del Reader’s Digesi sotto l’alto patronato del presidente della Repubblica.

Leggendone ora gli Atti si ha un’impressione abbastanza strana. Nei temi trattati da tanti personaggi, fra i quali due ministri in carica ed uno stuolo imponente di uomini illustri della pubblica amministrazione, delle scienze biomediche, dell’economia (erano questi i campi del sapere proposti all’attenzione del pubblico) furono posti in risalto due punti fondamentali dal presidente dell’Accademia dei Lincei, Giuseppe Montalenti.

Il primo è che la divulgazione deve far saper risvegliare lo spirito critico in chi riceva l’informazione; il secondo che la funzione della divulgazione ha come sede primaria la scuola, anche se la scuola (e Montalenti lo ha detto con molta chiarezza) non può date tutto ma soltanto quell’impostazione generale che consente di ampliare la propria cultura e di sviluppare la personalità.

Questo discorso impegna tutti ed in particolare chi ha svolto o svolge la sua azione nelle aule scolastiche delle elementari all’università. Certamente, vi è una divulgazione fra gli addetti ai lavori in campi di studio attigui a quello di ciascuno e vene è una che si rivolge più generalmente ad un pubblico non specializzato in nessun dominio della scienza. Al fondamento dell’uno e dell’altro modo di divulgare vi è la chiarezza del linguaggio che non deve, però, tradire la sostanza del contenuto scientifico. In questo sta la difficoltà della divulgazione (questo termine pare preferibile a quello di volgarizzazione anche se tutti e due contengono la parola volgo che fa torcere la bocca a molti, ma occorre pur dire che i derivati si sono di molto allontanati dalla voce primitiva).

Per essere fatta bene la divulgazione richiede un dominio assoluto della materia ed una capacità di comunicare che non è propria di tutti.

Quando uno degli intervenuti al Congresso, Emanuele Djalma Vitali, ha messo in rilievo i caratteri della patologia della comunicazione nel linguaggio medico, si p soffermato su alcuni fatti fin troppo noti ma che è bene ricordare. Se un medico, si è soffermato su alcuni fatti fin troppo noti ma che è bene bene ricordare. Se un medico dice che un malato ha una piressia criptogenica sarà certamente inteso dai colleghi ma non certamente da un comune ascoltatore al quale dovrebbe dire che si tratta di una febbre d’origine sconosciuta. Ed altrettanto avviene per parole come indovato per nascosto, destruente per distrutto, coalescere, per confluire o fondersi, tricolomia per rasatura, cinoressia per fame vorace simile a quella di un cane, cipridopatia per malattia venerea. E fin qui siamo nell’ambito di quel gran serbatoio costituito dalle lingue classiche.

Oggi si aggiungono le parole di origine inglese per le quali si ha spesso un atteggiamento servile. Valga per tutto l’orrendo plateleto per rendere l’inglese platelet, la cui traduzione è semplicemente piastrina e, nel campo non più delle scienze mediche ma della fisica, quel feedback per retroazione che ha trascinato alcuni, per testimonianza di Giuseppe Montalenti, a derivare fidbeckare così come test ha dato testare quasi che Galileo non avesse usato saggiare, provare, cimentare che tutti possono stare per l’inglese (to) test.

Ma, per venire a qualcosa di molto più terrestre, un fatto molto gustoso è da raccontare a proposito di fagioli all’agro che sono una prova di come ci siano messe anche le leggi a sconvolgere la lingua e a causare turbamenti dei significati. Chi in trattoria tradizionalmente chiedeva verdure all’agro, intendeva ordinare verdure all’olio e limone.

Ebbene, dopo una legge del 2-8-1982 c’è il pericolo che le verdure arrivino condite con aceto. Infatti, in quella legge, agro significa agro di vino cioè aceto. La legge lasciava sei mesi di tempo per l’adeguamento alla nuova norma. Quei sei mesi sono passati e l’aceto, così chiamato dal tempo dei Romani, ha dovuto cambiare nome in quello di agro. Il linguista Aldo Duro si è chiesto: fino a qual punto il potere ha il diritto di legiferare su questioni di lingua? Può, in altri termini, mutare il valore delle parole?

Tristano Bolelli


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