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La lingua che parliamo – Contro la «petulanza» toscana

Language columnLa lingua che parliamo
AuthorTristano Bolelli
Date 10 gennaio 1985
NewspaperLa Stampa
Publication placeTorino
Publication countryItalia
Page3
Column2-6

Una rivolta dei dialetti nel 600

Se molti di noi si arrabattano per tener d’occhio la lingua italiana, per pregare i lettori di usarla nel modo migliore, per discutere sulle voci straniere e sulle costruzioni che si presentano come stravaganti o inutili, non deve essere smarrita la consapevolezza che anche nel passato si sono avuti momenti di crisi non solo per l’invadenza di altre lingue ma, in particolare in tempi di minore rigoglio della letteratura italiana, per le minacce dei dialetti.

È il caso della prima metà del Seicento in cui, con la grande ma ben circoscritta eccezione di Galileo Galilei, l’italiano di origine toscana non poteva vantare opere altissime come nei secoli precedenti ed il barocco portava fuori di Firenze i modelli più insigni dell’arte.

Forze centrifughe si formarono allora impersonate da Giovanni Antonio Biffi, che considerava il milanese come il più bel parlare del mondo e generatore dello stesso fiorentino, da Antonino Merello Mora che sostenne che il siciliano doveva insorgere contro la «vana petolanza della Toscaneria», da Ovidio Montalbani (Antonio Bumaldi) che esaltava il bolognese come madre lingua d’Italia ed ancora, fra i bolognesi, da Camillo Scaligeri (Adriano Banchieri). Le opere di questi autori si collocano fra il 1606 e il 1660.

Non poteva mancare fra questi sostenitori di singoli volgari in funzione antitoscana un napoletano. Ed ecco infatti L’eccellenza della lingua napoletana con la maggioranza alla toscana di un tal Partenio Tosco di cui non si sa nulla, neppure il vero nome, se non che fu un ecclesiastico, un barnabita che allo pseudonimo aggiunse l’attributo di Accademico lunatico.

Ora questo libro, per iniziativa di un intelligente e dinamico professionista napoletano, Vincenzo Manganiello, è stato stampato in copia fotostatica, con trascrizione in fondo alla pagina e un saggio finale di Renato De Falco (editore Fausto Fiorentino di Napoli). Il frontespizio dell’opera di Partenio Tosco porta la data 1662 ma questa è una riedizione perché il volume era stato stampato prima anche se non se ne conosce la data il luogo.

Ma su che cosa si fonda la pretesa superiorità del napoletano sul toscano? Sulla dolcezza, la proprietà, la varietà, l’amorevolezza e la soccintezza (concisione). Ora viene da domandarsi se mai nessuno, qualunque fosse il suo idioma, dal più illustre al meno noto, abbia mai ammesso che il linguaggio insegnatogli dalla madre non avesse tutte le qualità elencate da Partenio Tosco per il napoletano.

Nel libro di cui parliamo l’autore arriva a dire che il toscano, mancando negli articoli il e un della vocale finale mostra durezza nei confronti del napoletano che ha lo e no e dice lo puorto e no varcone invece di il porto e un balcone.

Così, per provare la maggiore proprietà del napoletano sostiene che canna è più proprio di gola «per la metafora della canna rotonda nodosa e vuota, essendo la cosa più bella la rotondità» mentre gola farebbe pensare alla golosità dei cibi.

Forse è inutile insistere sugli esempi che sono perfino divertenti e bizzarri nel loro scoperto impressionismo e nella loro infantile ingenuità, come avveniva prima che la linguistica diventasse scienza, pur con qualche rarissima eccezione.

D’altra parte ci sono ancora molti che dissertano sulla maggiore o minore bellezza di una lingua rispetto ad un’altra e di solito considerano la loro lingua o il loro dialetto eccellente sopra tutti gli altri. Perfino Ugo Foscolo scrisse che la lingua italiana ha una «facoltà ingenita», quella di «un’ardente, diritta, evidente velocità». Che cosa significhino queste parole è difficile dire.

Ma per tornare al discorso delle rivendicazione delle parlate italiane rispetto al toscano, ci sono passi gustosi e definitivi di Alessandro Manzoni, pubblicati per la prima volta da Domenico Bulfaretti nel 1923, nell’opera incompiuta Sentir messa. Parlando dell’albagia dei toscani di chiamare italiana la propria lingua, Manzoni si chiede: «E se quella albagia venisse in capo a qualche milanese?». E risponde: «Non verrà, via; si può dir quasi sicuro. Ma se venisse? Ché delle pazzie dei cervelli umani non si può mai esser sicuri». In tal caso «non gli si contrapporrebbe con uno spalancar d’occhi, con uno stringer di labbra, o con quel breve sorriso che si in risposta a chi ha voluto per celia dire uno sproposito e dirlo ben grosso».

Par di sentire in queste parole il miglior Manzoni, quello dei Promessi Sposi.

Tristano Bolelli


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