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Il «conzumo» di spropositi alla tv

Language columnLa lingua che parliamo
AuthorTristano Bolelli
Date 7 giugno 1981
NewspaperLa Stampa
Publication placeTorino
Publication countryItalia
Page3
Column3-6

LEGGO su un giornale ad ampia tiratura lo sfogo di un letto- re che si lamenta di numerose ed ostinate inflessioni roma- nesche nei notiziari e nelle interviste della Rai-Tv. Egli cita dibbattito, conzumo, prosciesso che si sentono frequentemen- te e si domanda: « A quando la 'riforma' del vocabolario Rai? » Ci fu un tempo in cui ad una pronunzia su un modello ita- liano normalizzato la Rai si atteneva ed esisteva perfino una specie - come dire? - di scuola per evitare inflessioni dialet- tali. Durante il fascismo sorse la questione del cosiddetto as- se Roma-Firenze, sostenuto in particolare dall'accademico Giulio Bertoni che, nei casi in cui la pronunzia romana diffe- riva da quella di Firenze, come nella pronunzia di e aperta e chiusa (léttera invece di lèttera), di o aperta e chiusa (co- lònna invece di colónna) o di s fra vocali (come nella diver- sa pronunzia di rosa) proponeva di dare la precedenza a Ro- ma adducendo la ragione che Roma era la capitale d'Italia e doveva dunque prevalere. Si trattava pur sempre di qualche cosa di non interamente naturale perché ogni pronunzia proposta come modello de- ve pur sempre rinunciare a certe caratteristiche. Del resto, anche i più accaniti sostenitori del toscano, o meglio del fio- rentino, non hanno mai proposto di pronunziare amiho e vi- holo invece di amico e vìcolo; i sostenitori della pronun- zia romana hanno mai raccomandato di dire libbro o dib- ` battito. Non c'è dubbio che, dopo la guerra, ad un periodo di gran- de attenzione per una pronunzia modello è succeduta un'era di notevole permissivismo che alcuni giudicano severamente, altri favorevolmente. Direi, però, che, per quanto riguarda gli annunciatori e le annunciatrici e, in generale, chi parla alla radio o alla televisione, non è tanto la pronunzia che noia quanto troppo frequenti spropositi d'accento: così è ac- caduto di sentire in tràlice invece di in tralìce, cavèa invece di càvea ed altri simili spropositi. Ma è da dire che non solo si pronunzia male ma si scrive con errori come avvenne quel- la volta in cui comparve in televisione una scritta con un accellerare con due ll, chiaro indizio di meridionalismo. Ma il consumo citato dal lettore mi ricorda un testo glor- nalistico in cui si leggeva: « Qui si affaccia una variante as- sai interessante, sebbene ancora teorica e forze utopistica . Anche quel forze per forse ci riporta sicuramente al Sud e, direi, nel caso in questione, a Roma anche se nel testo Roma non è indicata. Alla base dell'errore scritto vi è, a mio pa- rere; 1'uso del telefono per trasmettere articoli da pubblicare sui giornali. Si assiste così al curioso fatto che il linguista riesce a carpire, sotto la superficie, il luogo d'origine di chi telefona o di chi riceve la telefonata.

Sarà curioso notare che a Pisa e a Lucca nel Duecento si riscontra negli scrittori un caso inverso a quello ora citato. In essi leggiamo Provensa per Provenza, sofferensa per soffe- renza ecc. Si tratta dell'estensione di un fenomeno setten- trionale nella Toscana nord-occidentale. Bonagiunta Orbic- ciani, il poeta lucchese posto da Dante fra i golosi, usa co- noscensa per conoscenza, sottigliansa per sottiglianza, dissi- migliansa per dissimiglianza e via dicendo. Per tornare agli articoli trasmessi per telefono, ho notato un altro esempio in cui si accenna « all'astensione o all'an- nullamento delle schede portato avanti con determinazione... dal radiali e con una certa aria di festoso distacco da altri gruppi . Quel radiali per radicali mi richiama tanto alla mente la Toscana occidentale (zona di Pisa e di Livorno, per inten- derci) dove si dice violo per vicolo, amìo per amico, la asa per la casa, portando fino alla distruzione l’aspirazione pro- pria di Firenze. Gli esempi che abbiamo dato vorrebbero essere un invito a riflettere sul fenomeno « lingua , che è il mezzo di comu- nicazione per eccellenza, al quale sarebbe opportuno guarda- te come ad un bene da non trascurare. Se una certa libertà di pronunzia l'immagine della composita realtà italiana, tanto che un Benedetto Croce, quando parlava, faceva senti- re chiaramente la sua origine ed altrettanto si può dire di altri grandi italiani, l’attenzione per la lingua è certo essen- ziale perché si tratta di un fatto di cultura primordiale ed irrinunciabile.

BolLS070681


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