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La lingua che parliamo: sintassi dimenticata

Language columnLa lingua che parliamo
AuthorTristano Bolelli
Date 03 marzo 1985

Gerundiare con parsimonia

Problemi di traduzione: «sucker» è qualcosa di diverso da un semplice gonzo

Nel Corriere maritmo che si pubblica a Livorno è comparso, a firma Alfredo Moretti, un aricolo intitolato Gerundiare si ma con parsimonia, il commento ad un mio vecchio articolo su La Stampa che suona così: «Ricorrendo ad esempi italiani, il femminile per le nuove funzioni che si creano nella società talvolta non è bene accetto». L’autore cita poi un passo di Alberto Ronchey che incomincia anch’esso con un gerundio: «Tralasciando le inchieste giudiziarie in corso [] quali spiegazioni generali si possono ricavare dal fenomeno?».

Dopo aver affermato che non vi è nulla da eccepire nel periodo di Ronchey in quanto il gerundio indica una funzione ipotetica implicita e tralasciando e lasciando equivalgono a se tralasciamo e lasciamo dice che il gerundio è di meno facile spiegazione e si domanda chi è il soggetto di Ricorrendo ad esempi italiani, ****»

Forse il femminile? No di certo perché non si capisce come il femminile possa ricorrere ad esempi italiani (e direi che questo è ovvio e non varrebbe la pena di sottolinearlo). La conclusione è che, nel mio caso, il gerundio forse presenta una sua autonomia sintattica, come un senso impersonale generalizzato. L’autore aggiunge: «Un suo del gerundio sicuramente vivace, maneggiato con perizia di maestro dell’arte del dire».

A parte il complimento perfino eccessivo, di cui sono grato, il mio gerundio voleva proprio dire Se noi ricorriamo o Se si ricorre ad esempi italiani, ecc. Si tratta, dunque, di un particolare uso del gerundio assoluto che non sono davvero il solo a impiegare. La vecchia e gloriosa Sintassi italiana di Raffaello Fornaciari, pubblicata nel 1881 ma che è stata ristampata nel 1974 (e questo è un segno che in quasi un secolo non si deve essere fatto molto di meglio, ulteriore prova che la sintassi è la parte più trascurata della grammatica) non ignora tale uso del gerundio.

Quando diciamo Generalmente parlando oppure Occorrendo, lo farò volentieri, usiamo un gerundio assoluto libero dal resto della frase. Silvio Pellico (lo ricorda il Fornaciari) scrive: «Volgarmente giudicando, l’andare al patibolo è la peggiore delle morti» e non è certo l’andare al patibolo il soggetto di giudicando. Alfredo Moretti ricorda, concludendo con quel Gerundiare con parsimonia di un autore di cui non si fornisce il nome, che il titolo all’articolo.

Sono pienamente d’accordo che di tale costruzione è bene non abusare. Anzi aggiungo l’aneddoto di quell’uomo politico che, ad una candidatura di Vittorio Emanuele Oriando a presidente del Consiglio dei ministri, disse: «Non bisogna mai cominciare con un gerundio»; ma anche in questo occorre pur sempre procedere con buon senso. Della mia frase con gerundio iniziale senza soggetto esplicito non sento rimorso, anche se Silvio Pellico non è un grande scrittore.

Passando ad altro argomento, Fruttero e Lucentini, sulla Stampa del 19 dicembre scorso, raccontavano dedicandomi l’aneddoto che Barnum, l’impresario del grande circo americano, disse una volta che ogni minuto nasce un gonzo (in inglese sucker) ed aggiungevano: «Gonzo sarà esatta come traduzione ma lo abbiamo usato a malincuore. Ha un suono angusto, evoca l’antico borgo centroitaliano, il vicolo medioevale e non rende affatto la continentale moltitudine di suckers adescati da Barnum in un’America ribollente. Lo stesso effetto ci fanno merlo, credulone e semplicione. E pollo appartiene a quello pseudo-gergo comico-malavitoso di cui è palese, l’inadeguatezza. Non avrebbe qualcos’altro da proporci Tristano Bolelli?».

Ho risposto loro che la mia proposta sarebbe di usare fesso se non si vuole, in tono più elevato, dire babbeo stolto. Ma siamo ai limiti dell’offesa. Sucker con valore di «sempliciotto» e simili, sorto in America a metà del secolo scorso, è dato dai vocabolari come informal, cioè usato in un linguaggio alla buona. Anche fesso mi pare avere la stessa qualità, ma forse è peggiore. Un toscano non avrebbe esitazioni: direbbe bischero, che ha una connotazione ancora più bassa. Ma come far accettare ai toscani questo giudizio, visto che si sente dire perfino: «La madre dei bischeri è sempre incinta». Non per nulla siamo nella terra di Benigni.

Tristano Bolelli


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