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Evacuati, sfollati, epurati

Language columnNoterelle di lingua
AuthorEuclide Carlo Milano
Date 10 dicembre 1947
NewspaperLa Stampa
Publication placeTorino
Publication countryItalia
Page3
Column4-5

Non è passato gran tempo da quando la Radio Italiana che non è certamente maestra di lingua ha comunicato che gli ufficiali e soldati americani ancora di guarnigione in Italia «saranno evacuati per via aerea».

Al sentire un’espressione così oscena, ripugnante, veramente orrenda, quei pochi che ancora professano il culto della buona lingua avranno certamente provato disgusto e sdegno. Tenteremo pertanto di dimostrare ancora una volta in che consiste l’errore, al quale altri se ne aggiungono d’identica natura, pur così dilaganti o ormai tanto radicati da farci temere che siano incorreggibili. Ma se più non riusciremo a debellarli, l’averli combattuti fino all’estremo ci darà almeno la coscienza d’aver adempiuto ad un dovere.

L’aggettivo vacuo, che ci vien dal latino, significa vuoto. Era il termine preferito dai fisici d’altri tempi: scrivendo nel giugno 1644 al matematico romano Michelangelo Bicci, colui che per primo si diè ragione della pressione atmosferica, Evangelista Torricelli (del quale ricorre quest’anno il terzo centenario dalla morte) purista ripetutamente di «esperienze intorno al vacuo», di «tentare il vacuo», di «fare il vacuo». E qual è appunto il verbo che significa «fare il vuoto»? È il verbo evacuare. Se i difensori d’un fortino, per uno o per altro motivo, lo sgombrano, lo lasciano vuoto, essi evacuano quel fortino; se gli abitanti d’una città minacciata di bombardamento la abbandonano in massa, essi evacuano quella città. Evacuati sono dunque il fortino o la città, non già coloro che se ne sono allontanati. Qual è l’unico caso in cui un uomo potrebbe dirsi evacuato? Quello in cui egli stesso fosse stato svuotato con un energico purgante, ad esempio in preparazione ad un’operazione chirurgica: infatti prima d’ora quasi soltanto i medici parlavano di evacuazione. Ed ora vorremmo mandare soldati ed ufficiali americani al loro paese tuttievacuati? E per via aerea? Ecco un saggio forse insuperabile d’ignoranza della buona lingua, d’ignoranza grossolana.

E quando si parla di «sfollati» l’errore è della stessa imperdonabile leggerezza e di pari gravità. Sfollato è il contrario di affollato: quella a iniziale, derivante dal prefisso latino ex, in questo caso significa senza; quindi «sfollato» vuol dire senza folla. Una piazza piena di gente, se tutti vanno via, diventa sfollata: ma è sfollata la piazza, non la gente, non quella persona che con le altre se n’è andata altrove. La città di Pola è sfollata di tutti gl’italiani che se ne sono allontanati, ma questi sono dei poveri esuli, sono dei profughi, non sono affatto degli sfollati. Potremo soltanto chiamare sfollata la capigliatura d’un bimbo alla quale siano stati espulsi i parassiti che l’infestavano, che l’affollavano; in ogni modo sarebbe sfollata sola la sua chioma, non lui, povero bimbo.

Ed eccoci agli «epurati». L’aggettivo epurato significa purificato, mondo dalle impurità, liberato da quanto c’era d’indegno. Orbene, se da un ufficio, da un’amministrazione sono messi fuori, cioè scacciati, cioè espulsi, coloro che l’infettavano che l’ammorbavano, che la contaminavano, cos’è che resta epurato? L’ufficio, l’amministrazione, non già i reietti. Che se tu, illustrissimo capo ufficio, continuerai a proclamare che quanti hai fatto espellere sono gli epurati, mi permetterai di rivolgere tante congratulazioni ai puri che sono usciti fuori, e tante condoglianze a te ed al tuo ufficio. Il quale ufficio, uscitine i puri, è divenuto più infetto, più corrotto, più sporco che mai.

e.m.


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