Text view

Radiolingua

Language columnNoterelle di lingua
AuthorEuclide Carlo Milano
Date 5 marzo 1949

Il termine radio sappiccica ormai ad ogni altra parola: non ci sono più soltanto le radiotrasmissioni e le radioaudizioni, i radioamatori, i radioabbonati e i radioascoltatori, ma ci sono anche i radioprogrammi, le radioscene, i radioraduni, i radiorumori, ecc. ecc., e persino la radiofortuna, la radioastrazione e la radioriconoscenza. Ciò stando è ammissibile che si parli anche della radiolingua, cioè della lingua che si parla alla Radio. Dovrebbe essere, a parer nostro, non una lingua speciale ma una lingua nazionale, l’idioma gentil sonante e però, che i microfoni della RAI dovrebbero farci sentire e gustare in tutta la sua splendente bellezza in tutta la sua dolce armonia. La Radio, penetrata ormai in tutte le case, e ascoltata con sempre maggior interesse (almeno quando le sue trasmissioni se lo meritano, il che non sempre avviene), non solo in tutta la Penisola ma anche da milioni di connazionali che vivono all’estero e da stranieri innamorati dell’Italia che uno tra loro ha chiamato «la patria ideale di tutte le anime nobili», è divenuta naturalmente un’autorità in fatto di lingua, e le parole e le frasi che essa diffonde sulle eteree onde sono dai più accettate come modelli da imitare, come saggi del bel parlare e quindi anche del bello scrivere.

Ma è proprio la R.A.I. una così brava insegnante che si possa seguire con piena fiducia d’attingere alla fonte della linguistica perfezione? È ben vero che tra le sue conversazioni di vario genere essa ce ne regala anche alcune di grammatica, d’etimologia e di lessicologia e ci detta norme di purezza e di proprietà: ma perché poi si comporta anche lei come il proverbiale frate Zappata, che predica bene e razzola male?

Gli annunciatori della Radio dovrebbero, per esempio, dare alle singole parole l’accento esatto: se per alcuna di essi sono incerti, sinformino per tempo al riguardo. Il ragazzo che li ha sentiti dire cosmopòlita, ancora sa che tale parola non è sdrucciola ma piana, se nessuno gli fa rilevare l’errore lo ripeterà senz’altro più d’una volta; e se poi alcuno gliene farà colpa si appellerà alla Radio che l’ha istruito male. Gli errori d’accentazione al microfono ricorrono spesso. ad esempio perìplo invece di pèriplo, Ùrali invece di Uràli, Cecoslovacchìa invece di Cecoslovàcchia, e così via: potrebbero essere evitati con grande facilità.

D’altro genere, e certamente più gravi, sono quelli contro la purezza e la proprietà della lingua e le espressioni che non esitiamo a qualificare balorde. Per noi (e l’abbiamo spiegato in una di queste Noterelle) il parlare di cariche ricoperte è per lo meno sciocco e assurdo: per noi un fatto avviene, accade, si compie, si svolge, ecc., ma non si verifica, a meno che sia oggetto di opportune indagini per scoprire se sia veramente accaduto: per noi il Senato o la Camera dei deputati non riapre, ma si riapre il tal giorno, e una discussione non inizia, non riprende, ma si riprende. Lo spazio non ci permette altre citazioni del genere. (Illeggibile), a proposito del processo Graziani, ci si parlò di sangue fratricida, poi ci domandammo trasecolati come mai al sangue si possa annettere un qualificatore così orripilante; o quando, per esaltare il volo di Bonzi e Lualdi a favore dei mutilatini si proclamò che i due valorosi aviatori avevano aggiunto «un eroico alloro» alla loro corona di gloria, ci domandammo anche quella volta come possa un alloro diventare eroico, e perché mai un elogio meritatissimo dovrebbe essere storpiato in quel modo.

Ancora un’osservazione, che riguarda le pause nella lettura o nella dizione. Se tali pause non sono fatte a tempo e luogo, ne derivano dei veri controsensi. Pochi giorni fa, discorrendo del recente accordo commerciale fra Italia e Russia, ci fu detto che «la Russia l’ha concluso senza porre nessuna condizione per noi inaccettabile». La pausa dopo condizione era, evidentemente, molto a sproposito. E più recentemente ancora abbiamo sentito dire che «l’Europa occidentale ha sofferto due guerre sopportate nel giro di una sola generazione». La pausa dopo giro ci ha fatto venire il capogiro.

E. C. Milani


Download XMLDownload textParagraph viewSentence view