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Vi piace “perlocché”?

Language columnNoterelle di lingua
AuthorEuclide Carlo Milano
Date 5 gennaio 1949
NewspaperNuova Stampa Sera
Publication placeTorino
Publication countryItalia
Page3
Column5-6

Quando, all’inizio di questo secolo, i dannunziani che portavan la zazzera scrivevano quella loro prosa sostenuta in sul quinci e quindi, prosa tutta fiorita che era pur essa mirabile poesia, schifavano le parole composte fino a scindere le preposizioni articolate nei loro elementi. Non dicevano ai cuori, ma a li cori. Non dicevano degli amicii, ma de li amici. Allo stesso modo scrivevano a pena (non già appena), a bastanza, a canto, a basso, a l’ora quando, or bene, a ciò che, a fin che, a dio; e via di questo passo.

Come cambiano, coi tempi, i gusti o le tendenze! Ora che la vita corre più affannosa che mai, che tutti hanno fretta di arrivare, nell’era in cui han voga la tachigrafia, la brachigrafia, la stenografia, la siglografia si tende invece a fondere più parole in una sola, e quelle che si chiamano parole composte aumentano di numero ogni di più. Vediamone alcune.

Le più numerose sono avverbi di tempo, di luogo, di affermazione, di maniera. Per esempio finallora, dorinavanti, dipuntimbianco, tuttattorno, diprimacchito, allintorno, daccanto, affianco, allimpiedi, dinuovo, dicerto, alla bellemeglio, atuttoprima, nientepopodimeno. Tutti carini, non è vero? Uno fra i più noti scrittori viventi scrive domandassera. Come già avevamo lavverbio giammai, che appare fin dagli inizi della nostra lingua, abbiamo oggi un misto di congiuzione e avverbio piuttosto ridicolo in semmai, e c’è anche chi scrive un sennò comico assai. Non stupirete se vi dichiariamo che a tali sciocchezze non aderiremo maiepoimai, perché ci sembrano dimostrare essere il mondo, anche degli scrittori, impazzito piuchemmai. Pochi anni orsono di questa novità ci saremmo stupiti tutti, ma oggi qualunque stranezza è dai più accolta senza discussione.

Anche tra i nomi e gli aggettivi c’è di queste nuove forme composte una fioritura stupenda. Oggi abbiamo il capufficio, la primattrice, l’atleta primasso, il buonannulla, e il buonaniente. Don Rodrigo, irritato col Griso che, dopo tante belle assicurazioni e spacconate, non aveva saputo rapire Lucia, lo schernisce chiamandolo il signor lascifareame: uno scrittore vivente che non è però (almeno a parer nostro) all’altezza del Manzoni, parla di chi va con gli occhi vaghi, il passo sbandato, con un fare di nonmenimporta. Ed ecco altri termini curiosi: malingambe, panciallaria, menimpipo, panciafichista, menefreghista. Se hai malditesta prendi salinglese; se hai bisogno di cure marine vai in riviera all’Albergo Quisisana. Quando si cercava un sostituto nostro all’esotico bar, non ci fu forse un bello spirito famoso fra gli antemarcia o per l’esaltazione della pastasciutta, il quale propose il termine quisibeve? C’è chi parla di piedatterra, di sedevacanza, di lettera contrassegno, di caffelatte; c’è chi ti descrive un quissimile di cassetta da lettere in un lontano paese da lui visitato; e come da secoli diciamo addio e giuraddio ora si dice e scrive bendiddio, traddiddio, affeddiddio e persino magariddio, al quale si appaia un magaranche fenomenale. Mi chiedete: E dove l’hai pescato? In una rivista mensile molto pregiata, dalla frase che segue: «zitella o maritata o magaranche vedova». Non è forse meraviglioso?

Ma le forme più pazze sono, a parer nostro, quelle per le quali i pronomi, fatti parole tronche, assumono l’aspetto di congiunzioni. Sono gli orribili granché («l’iniziativa non è servita granché»), alcunché, nonnoché, chissaché, ciocché. L’espressione la qual cosa atta a congiungere ad una principale una proposizione subordinata relativa, si può volgere in un più breve il che: Il buon Giacosa ne faceva già un brutto locché, ed altri ne ha ancor fatto un bruttissimo loché. Percui (anche questa forma si incontra, come tutte le altre qui riportate, non in giornali che passano, ma in libri che restano, percui, invece di dire «per la qual cosa» o «per il che» soddisfacendo l’ansiosa ricerca della parola unica densa di pensiero, si dirà perloché.

Che ne dite di questo meraviglioso perloché?

Non vi sembra unpotroppo?

E. C. M.


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