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PORCALOCA, CHE BELLO!

Language columnNoterelle di lingua
AuthorEuclide Carlo Milano
Date 2 gennaio 1948
NewspaperLa Stampa
Publication placeTorino
Publication countryItalia
Page3
Column2

In un suo mirabile scritto dal titolo «Lingua sporca» recentemente pubblicato da «La Nuova Stampa», Virgilio Lilli ha messo in rilievo il fatto che la borghesia italiana, usando oggidì parole sconce, dimostra un’educazione andata in corrompimento, un gusto di bassa levatura. E riferendo parecchi episodi di parole e frasi tutt’altro che pulite che egli udì pronunciare in circostanze diverse da persone elegantemente vestite, da uomini autorevoli, da signore o signorine di buona famiglia e persino qualche contessa, divenuta; per influsso dei tempi, fin troppo «democratica», il Lilli ha denunciato molto opportunamente questo triste fenomeno, per il quale la lingua parlata si va ognor più insozzando di termini ed espressioni volgari.

Ma il guaio è che anche la lingua scritta accoglie facilmente, deliberatamente, questo sudiciume. Ne fanno pompa con particolare compiacimento fogli umoristici e giornali di partito, i quali si dilettano di elevare a dignità letteraria parole come «sfottere, sfottitore, sfotti, menefrego, ******, fregnacce, pomicione, puzzone, fetente, fetentone, racchia, fare un baffo».

Tanto più poi offende il buon gusto, oltreché il senso morale, il vedere siffatte sconcezze introdotte in libri stampati, in opere letterarie (o pseudo letterarie), in romanzi cui arrise anche la vittoria in concorsi e gare col relativo lauto premio in danaro.

Come mai scrittori di indubbio valore raccolgono simili rifiuti? Lo fanno per ostentazione, per amor del colore locale, per parere «scanzonati», per apparire «democratici». Vogliono dice alcuno tra essi rappresentare la vita com’è, col suo linguaggio genuino, senza lenocini letterari, crudamente. E per questo fanno dire, per esempio, da una ragazza ad un pastore: «Siamo diventati come due cani» ed altre donne fanno andare in cerca del maschio come cagne: parlano di un marito ritornato dopo lunghissima assenza a casa sua, ove trova la moglie risposata, che «casca a sedere col culo per terra dallo spavento»; descrivendo una palazzina che ha due torri alle estremità d’un corpo centrale basso e lungo, ne son tratti a pensare a due giraffe sorelle siamesi «incorporatesi l’una nell’altra dopo un incontro a culo indietro seguito da unificazione dei deretani»: e se hanno da gettare nel mezzo d’un dialogo un’esclamazione, non trovan di meglio, da far gridare all’interlocutore, che un turpe «Porcaloca». «Coraggio, porcaloca!». «Porcaloca, che bello!».

, tutto questo è semplicemente disgustoso, ripugnante. Il giardino dell’arte è infestato da male erbe ogni più. Imperversa in ogni parte la bufera della violenza per la quale si va precipitando verso una nuova barbarie. Anche nella lingua.

Euclide Milano


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