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Grammatica della bistecca

Language columnIl dire e il fare
AuthorTullio De Mauro
Date 9 maggio 1975

QUANDO pensiamo al nostro parlare, al linguaggio, rischiamo sempre di cadere preda di due miti contrapposti. Il primo (già una volta se ne è accennato qui) è il mito di Iride: esso ci porta a vedere il linguaggio come qualche cosa di ovvio, di facile, di disponibile a ogni nostro desiderio. Il secondo è il mito di Orfeo: esso ci porta a vedere il linguaggio come qualche cosa di sublime, di misterioso, una divina scintilla miracolosamente accesa nell’anima di esseri privilegiati.

I due miti sembra che siano opposti. In realtà, basta esaminare radici sociali ed effetti pratici per scorgerne la funzione comune. L’uno e l’altro hanno origine nella ideologia di una classe sociale, quella che Prezzolini chiamava la «classe dei colti». Per le persone più colte, le capacità di padroneggiare l’espressione sono ovvie, abituali. Tuttavia, nello stesso tempo, le persone più colte tendono a sopravvalutare come miracolose quelle capacità che sono, in queste nostre società divise in classe, specificamente loro.

Col mito di Iride, la classe dei colti tende ad oscurare e nascondere il suo privilegio principale, cioè la sua capacità di padronanza dell’espressione, presentandola come una faccenda ovvia e naturale. E d’altro lato, col mito di Orfeo, presentando il linguaggio come un dono miracoloso, concesso da qualche dio o da madre natura, la classe dei colti realizza sempre lo stesso fine, che è quello di nascondere le reali radici sociali del suo privilegio.

Contro l’uno e l’altro mito, dobbiamo agire con le armi della ragione. Dobbiamo mettere in evidenza la fatica che si fa per arrivare a padroneggiare il linguaggio, dobbiamo mettere in luce le basi e le radici corporali, fisiche, di un’attività che non è facile e ovvia misteriosa e spirituale. A chi è preda del mito della naturalità e ovvietà del linguaggio e della padronanza dei mezzi espressivi dobbiamo fare contrastare quanto è lungo e pieno di possibili arresti e ritorni indietro il cammino compiuto dai bambini par costruirsi un pieno dominio delle capacità espressive. E a chi è preda d’una idea «spirituale» del linguaggio, visto come cosa miracolosa, da poeti, da geni, dobbiamo fare constatare che la capacità di dominare la parola non è affatto una cosa misteriosa, raggiungibile solo per via insondabili.

Come si sa, per lungo tempo si è pensato che il linguaggio verbale fosse il «Rubicone», invalicabile per gli altri animali, varcato solo dagli esseri della specie umana. Oggi, le nostre idee sui confini fra uomini e altre scimmie sono molto più problematiche. Sappiamo che Washoe, Sarah e altre giovani scimpanzé hanno imparato a parlareil linguaggio umano, come raccontato da Thorpe, in un bel saggio compreso nel volume La comunicazione non verbale, edito da Laterza, e un vecchio e buon servizio di «Panorama».

Queste simpatiche e brave scimpanzé che stanno traversando il Rubicone del linguaggio verbale sono, per la teoria del linguaggio quel che furono per la fisica la mela di Newton, il pendolo di Galilei. Con la loro capacità di acquisire il linguaggio verbale Sarah e compagne ci mostrano varie cose assai importanti: che lo sviluppo del linguaggio verbale non è scritto in modo specifico ed esclusivo nel codice genetico della specie umana, «nemmeno degli scimpanzé, dato che la generalità degli scimpanzé non parla; dunque il parlare non è un semplice fatto naturale, ma è l’oggetto di un lavoro sociale

Del resto, i teorici meno fanatici non hanno mai dimentico il ruolo dell’apprendimento nello sviluppo delle capacità espressive. I casi dei «bambini selvaggi», dei bambini cresciuti tra animali d’altra specie, fuori del consorzio umano, ci dicono che, fuori dalle sollecitazioni prima dell’età della pubertà, le capacità linguistiche non si sviluppano e, anzi, superati i dieci dodici anni senza che abbiano preso ad attivarsi, si atrofizzano. L’immenso potenziale di conoscenze, di rapporto con gli altri e con le cose, che è il linguaggio verbale, si attiva soltanto nel pieno della vita sociale.

Ma che vuol dire pratica sociale in riferimento alla prima età? Vuol dire sviluppo delle capacità di intervento nell’ambiente, capacità di stare con le cose e con gli altri. Scriveva in un bel libro di qualche anno fa Idana Pescioli (ma simili testimonianze di pedagogisti, maestri, sociologi, medici, sono innumerevoli):

«Qui si investono i problemi di fondo di tutta la personalità, entra in gioco tutto il bambino con le sue produzioni e le sue condotte significative Ai fini di tale armonia bio-psichica, i bambini sono chiamati a partecipare emotivamente ad attività ritmiche e ginniche, le quali, sempre in collegamento a forme ludiche espressive ed esplorative, portano a gesti equilibratori del corpo e della psiche: come controllo e disciplina delle proprie forze senso-motorie Per attività senso-motorie intendiamo esercizi che hanno riferimento alluso e allo sviluppo sia degli organi di senso e delle articolazioni neuro-muscolari, sia delle qualità e capacità ad esso collegate (prontezza di riflessi, chiarezza di percezioni, agilita, precisione ecc.)».

Per genitori ed educatori, agire su queste capacità fisiche e, attraverso queste, sulle capacità di coordinamento generale della condotta insite nel nostro cervello, significa agire su condizioni necessarie primarie dello sviluppo di capacità di esprimersi, comunicare, di capire e farsi capire a parole. Perciò già altre volte abbiamo qui sottolineato l’importanza della «grammatica delle mani», di quella grammatica di tutto il nostro corpo e di cui Lucio Lombardo Radice ha ricordato l’importanza anche ai fini dello sviluppo delle (apparentemente) ancor più astratte, aeree, spirituali capacità di calcolo.

Questo radicamento del linguaggio nella corporeità è evidente ai medici, agli studiosi di patologia del linguaggio, ai terapisti. Il bravo editore Armando di Roma ce lo ricorda con due libri recenti: Il no e il , di René Spitz, sulla genesi della comunicazione umana nei primi mesi di vita; e il libro intelligente e toccante di Glenn Doman, Che cosa fare per il vostro bambino celebroleso.

Sotto i colpi dell’analisi scientifica e della seria pratica medica, vecchie e crudeli categorie come «debole di mente», «ritardato», «si esprime male», «somaro», si sgretolano, rivelano la loro natura di copertura spiritualistica di deficienze organiche e perfino nutrizionali connesse, in parte statisticamente rilevante, alle condizioni sociali in cui è costretta a vivere larga parte della popolazione.

Queste cose i medici, come i nostri dietologici Djalma Vitali e Vincenzo Pedicino, le sanno e le spiegano assai bene. Meno le sanno i letterati, e spesso, correndo soltanto dietro Martinet, Prieto e Chomsky, troppo poco le sanno i linguisti.

Perciò abbiamo visto con piacere maturarsi tra i linguisti italiani (ma non solo italiani, come mostrano le ricerche di Maurice Catani in Francia), un nuovo e diverso atteggiamento. I ricercatori della Società di Linguistica più interessati agli aspetti educativi del linguaggio si raccolgono in un gruppo di lavoro, la cui sigla è GISCEL. Essi si sono riuniti a Roma il 26 e 27 aprile scorso alla Casa della Cultura, ed hanno deciso di fare proprio questo punto di vista. In un loro documento collettivo sull’educazione linguistica democratica leggiamo, tra le altre, queste affermazioni:

«Dati i molti legami del linguaggio con la vita individuale e sociale, è ovvio, ma non inutile sottolineare che lo sviluppo delle capacità linguistiche affonda le sue radici nello sviluppo di tutto l’intero l’essere umano, dall’età infantile all’età adulta, e cioè nella possibilità di crescita psicomotoria, di socializzazione, nell’equilibrio dei rapporti affettivi, nell’accendersi e maturarsi di interessi intellettuali e di partecipazione alla vita di una comunità e di una cultura. E, prima ancora che da tutto ciò, lo sviluppo delle capacità linguistiche dipende da un buon sviluppo organico e, per dirla più chiaramente, da una buona alimentazione. Troppo spesso dimenticati, frutta, latte, zucchero, bistecche sono condizioni necessarie, anche se non sufficienti, di una buona maturazione delle capacità linguistiche. Per parafrasare Bertolt Brecht diremo: Prima la bistecca e la frutta, dopo Saussure e le tecnologie educative».


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