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Ripetere con arte

Language columnQuestioni della lingua italiana
AuthorLeo Pestelli
Date 27 agosto 1974

A guarire dalla paura per le ripetizioni di parola, così frequente nello scrivere medio e causa principalissima di improprietà (giacché chi la prova si a barattare parole tra loro, senza pensiero al mondo), giova profondarsi nella Ripetizione quale sta in rettorica con l'iniziale maiuscola, studiando proprietà e vantaggi di una nobilissima figura di costrutto che ha sempre affascinato gli studiosi per la varietà delle sue forme corrispondenti al variare dei contenuti psichici (L. Spitzer). 

Sarebbe impossibile elencare tutte le forme di ripigliamento quali manda l'animo, o anche soltanto le varie specie divisate dai retori spesso sotto orridi nomi. Ecco, per dirmi qualcosa, la ripetizione giocherellante di Amleto e spia della sua perplessità: «molto probabilmente, molto probabilmente», «fuorché la mia vita, fuorché la mia vita, fuorché la mia vita»; e all’incontro la ripetizione epico-appassionata del Manzoni che nella prosa del romanzo: «se mai, se mai colui venisse a passar solo», «si figurava di sentire una pedalata, quella pedalata», «sperando, sperando che, una volta o l'altra, il gran cancelliere l'avrebbe inteso la ragione». 

Il tipo più comune di questa figura è l'Epizeusi o geminatio o conduplicatio, cioè la ripetizione immediata di uno o due parole; la quale, se d'aggettivi, d'avverbi e anche di qualche nome, val quanto è meglio del superlativo assoluto o d'ogni altra maniera di rinforzo (bello bello, piano piano, mogio mogio, già già, forse forse, bracco bracco, caffè caffè, ecc.): se di sostantivi o di costrutti preposizionali, esprime il «moto a luogo» o per dir meglio il «moto rasente il luogo» (riva riva, marina marina, terra terra, a ronda a ronda, in vetta in vetta): il quale ultimo tipo, secondo il Rohlfs e il Migliorini, sentirebbe l'influenza del Greco, tantè vero chesso è più frequente nel Italia centro-meridionale.

Ogni ripetizione è una creazioncella che ha in il suo freno. Parrebbe che il massimo di velatura che la ripetizione può spiegare, non ecceda le tre unità (triplicazione): parole, parole, parole; «addio, addio, addio» (Foscolo), dove un quarto «addio» darebbe di fuori; «al lupo, al lupo, al lupo» (Sacchetti); mentre in casi di incendio e di furto, forse perché più stringenti, l'usanza di duplicare e non più: al fuoco, al fuoco; al ladro, al ladro.

La Ripetizione e figura cara agli appassionati («Io vo gridando pace, pace, pace», Petrarca), mostrandosi con essa che parla il cuore; ai nervosi che friggono (Marito marito, è l'ora di piantarla) e ai turbati in genere, cui non basta dire una cosa una volta sola. «A fare impressione nell'anima - osserva il Salvini - la ripetizione è per così dire una martellata di più». Nella forma detta Anadiplosi, la quale ha luogo alla fine dello stesso periodo: «Prendi consiglio accortamente, prendi» (Petrarca); ove si punteggi a dovere, con la virgola dopo l'avverbio, la martellata del secondo prendi echeggia nitidissima. Tutt'altro è il caso della ripetizione che si pone di traverso, come un accidente di penna; la ripetizione non già cercata o accettata a fini d'arte, ma semplice effetto di sbadataggine: quando, senza che ce ne accorgiamo, si ripete una parola usata poco innanzi. Questa è la ripetizione che tanto spaura l'uomo comune, e lo spaura troppo e spesso è ragionevolmente. Era quella parola, in quel punto, propria, e perché propria, necessaria? E torna a essere tale, propria e necessaria, nel proseguimento del discorso? La si ripete allora senza scrupolo, magari una mezza dozzina o anche una decina di volte come accadde di fare al Boccaccio e al Sacchetti, orchestrando una specie di «fuga» intorno alla parola-tema. Il lettore fine non se ne sentirà affatto urtato; da dove accuserà immediatamente la ripetizione che effetto di povertà di lingua, di pigrizia mentale o anche di troppo amore per una parola imparata di fresco e che piace sfoggiare.

Tra i due poli rettorici dell'iteratio e della variatio, lo scrittore, se è scrittore, spiega la sua stoffa; e nel caso che c'interessa, che cosa fa? Redime la ripetizione con la ripetizione. Il verso di Dante, «Cred'io ch'ei credette ch'io credesse», che per i superficiali appena un bisticcio, per la critica stilistica è la rappresentazione di una disarmonia morale, la versione onomatopeica dello stato di distacco e di confusione in cui versa il poeta affacciandosi alla selva dei suicidi.

Leo Pestelli


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