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Non torniamo al “Sestrières”

Language columnQuestioni della lingua italiana
AuthorLeo Pestelli
Date 26 ottobre 1974

Si è letto giorni sono che il consiglio comunale di Sestriere ha votato a maggioranza la proposta di ripristinare l’antica denominazione «Sestrières»: su di che, sentita la Regione, toccherà alla popolazione di decidere mediante apposito referendum. Confidiamo nel buon senso dei Sestrieresi. Non perché il nazionalismo toponomastico andasse, sotto il fascismo, negli eccessi di cui ancora ridiamo (Cormaggiore per Courmayeur!), segue che si abbia a coltivare una sorta di nazionalismo alla rovescia. Anche nella lingua, il fatto non si può disfare: ragioni storiche possono ben militare a favore di Sestrières; ma l’Uso, che in questi casi è signore, è per la conversione Sestrières-Sestriere, che è delle poche (con Oulx-Ulzio) che andarono a segno.

Quando dello sciovinismo non cera neppur la parola, si ebbero le forme Amstelodamo (Amsterdam), Calese (Calais), Bordella (Bordeauz), Osonia (Oxford): si ebbero le mediazioni Genèva e Parisi, che dovevano menare a Ginevra e Parigi. Allora l’italianità traboccava per istinto naturale, adattando a le forme più lontane e bisbetiche. Oggi non si chiede tanto; ma appena che non ci si vergogni, così da farne oggetto di referendum, di qualche adattamento italiano che per avventura abbia attecchito. In oggi le simpatie vanno soprattutto all’americano: e la fortuna di ochei (okay, lettura della sigla O.K.) come termine usuale di conversazione, sotto cui gemono «, va bene, benissimo!, d’accordo, tutto bene» e siffatti italianismi, ne è un piccolo ma eloquente indizio. Il francesismo, che tanto diè a fare ai puristi, è invece passato in seconda linea e colà striscia tranquillissimamente; e quando ancora sia avvertito (il che accade sempre più di rado), non fa più paura a nessuno. Della lingua che ci è sorella maggiore con parecchi spunti di madre, sarebbe di cattivo gusto elencare influenze e prestiti. Chi è che più si riguarda dal dire epoca delle bagnature, sono fiero di te, trovo giusto, amo le fragole, è con vero piacere che, muca male, parapioggia e via discorrendo?

Solo pochi intendenti, trincerati nella rocca dell’italiano fanno ancora vigile guardia contro il vecchio nemico, distinguendo però caso da caso. Lo lasciano passare e anzi gli fanno onore quando esso mostri patenti latine. Parenti per Genitori è di certo il participio di patere. Generare; onde Dante: «li parenti miei furon lombardi», ma si levano ad arme quando sentono dire cotoletta, che è veramente un gallicismo inescusabile, perché sostituisce l’italiano osta, vecchio quanto Adamo.

Ora la prima condizione per premunirsi contro le insidie d’una lingua straniera, è di conoscerla, raffrontandola continuamente con la nostra. Così inculcava il Foscolo quando esule a Londra, poneva sott’occhio a miss Pigou quattro modi di dire italiani, tutti esprimenti la stessa idea (ho vergogna di me medesimo io mi vergogno di me medesimo mi vergogno di me stesso mi vergogno meco stesso), lasciando a lei la cura d’identificare quello dei quattro ch’era d’indole affatto italiana. Era lultimo che non si potrebbe mai tradurre parola per parola in francese. Ma a saperlo, bisognava conoscere il francese.

Per questo salutiamo come strumento d’italianità il nuovo «Dizionario italiano-francese e francese-italiano» di V. Ferrante e E. Cassiani, edito dalla Sei di Torino, che per copia di voci, chiarezza di definizioni e senso di modernità è degli ottimi, e mettendo una lingua a specchio dell’altra insegna, per tornare al Foscolo, a «distinguerne le dissimiglianze in guisa di poter assegnare a ciascuna la sua propria fisionomia». E quando s’imbatte in un termine non traducibile dall’un idioma all’altro, non in bizzarrie ma nobilmente lo perifrasa: Curée sf. 1 (cacc.) parte della selvaggina uccisa che si in pasto ai cani; 2 (fig.) lotta accanita (per ottenere beni, cariche, onori).

Leo Pestelli


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