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Se la signora è “troppo” bella

Language columnQuestioni della lingua italiana
AuthorLeo Pestelli
Date 26 marzo 1976

L’italiano moderno non solo non si vergogna ma si gloria degli apporti dialettali. Linguisti seri oggi rifuggono da quella caccia ai piemontesismi lombardismi napoletanismi ecc., che ancora durante il ventennio recava tante spoglie ma anche non pochi abbagli da parte degl’intrepidi cacciatori, troppo compresi dal «pallino» unitario.

Come domine saltò in mente, per esempio, al benemerito prof. Milano («Il Correttore»), di allogare fra i piemontesismi la maniera «Voi siete troppo gentile!»? quando Troppo adoperato per Molto ove ci sia bisogno d’una certa enfasi, che paia che le parole siano soverchiate dai fatti e dian luogo, espresso con le parole più o meno, o taciuto, a un confronto mentale, accompagna per secoli la nostra tradizione letteraria, e per tacere di Dante e Boccaccio, il solo Pulci ne pullula? Interrogate poi la donna amata circa l’efficacia di questo modo, che si mangia ogni altra forma di superlativo: sei troppo bella!: e sentirete.

Da altre insidie invece la maestrina piemontese che ci scrive, dovrà guardarsi, perché la farebbero conoscere, a colpo, per piemontese. E in primo luogo non dirà mai più! con valore esclamativo di Nient’affatto! «Lo sai chi ha sposato la Tiziana? Mai più!». E dovrà evitare il pasticcetto sintattico: «Tengo bene stretta la borsa per non che me la scippino». In Rettorica, dove quasi tutto si giustifica, codesta è la figura Tmesi (dal greco tèmnein, Tagliare), consistente in troncamento di parola con inserzione di altre: male di lui dicente, per Maledicente; «Michel più che mortal Angel divino» per Michelangelo; «Niuna cosa è al mondo che a lei dispiaccia, come fai tu, e tu pur ti vai riprovando»: e tu pur, tmesi boccaccesca di «eppur tu»: figura comportabile in poesia, meno in prosa e molto meno nella prosetta del nostro esempio, dove il guasto si rimedia riconnettendo semplicemente il «per non che» in Perché non, o Affinché non.

Un famigerato piemontesismo, da arrossirne, fu a lungo considerato il solo più (mac pì): ho solo più un paio di scarpe. Ma la carità linguistica moderna, per bocca di Bruno Migliorini, ha di molto sedato quello scandalo. Di per , osservò il linguista, il costrutto non ha nulla di strano: perché come si dice che un ex latifondista ha solo o soltanto un campicello, oppure che non ha più che un campicello, così si potrebbe ben dire, fondendo i due costrutti, che ha solo più un campicello. Si potrebbe dire e si dice ma appunto dai Piemontesi soltanto e dai loro inconsapevoli echeggiatori. I quali poi sono tanti di numero e non mica gentuccia, ma maestri della forza di Momigliano, Bignone, Foscolo, Benedetto, Einaudi, Jemolo e quant’altri ne mise insieme lo storico della nostra lingua, da potersi concludere che il solo più ha cessato di essere un idiotismo piemontese per diventare italiano. Oltre a questo, se è vero che alla buona lingua basta «ci mancava solo questa!», senza il rincaro del «solo più questa», è forza riconoscere che il Più, riguardato come pleonasmo, non è senza efficacia sull’espressione.

Meno miti si vorrà essere con «guarda solo» nel senso di «guarda un po’»: «Guarda solo che bella ragazza s’è fatta!»: sebbene quel modo irradi un candore giandulesco che la dizione italiana non ha; e severissimi addirittura con orrori quali: vorrei chiamarti un favore e chiamare l’elemosina; che grosso guaio è arrivato al nostro Luigi; se volete venirci a trovare in casa, dispensatevi (che invece che «venite pure», come vuole, viene a dire il contrario, cioè «non venite»); nel Giro del Piemonte Tizio è rimasto primo; di libri ne ho basta, e simili; i quali però nelle scritture non si trovano quasi più e rimandano ai primi anni dell’Unificazione quando il piemontese gemeva nei compiti di scuola e nel carteggio degli umili sotto la lingua nuovamente imposta.

Leo Pestelli


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