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Il dramma di “suicidarsi”

Language columnQuestioni della lingua italiana
AuthorLeo Pestelli
Date 25 settembre 1975

Poco sbaglia chi ritiene che in fatto di aggettivi (vecchio male) siamo sul punto di perdere la testa. O forse l’abbiamo già perduta? La «guerra del vino» non si fa senza strazio degli orecchi. Che mostruosa cosa è quell’aggiunto eccedentario («vino eccedentario») che nel giro di tre sere abbiamo sentito pronunziato due volte sul teleschermo! Bisognerebbe entrare nelle tortuosità di certi cervelli per capire che cosa sia nella nuova parola che già non si trovi in Eccedente, aggettivo participiale per sufficientissimo a esprimere l’idea. Ma la desinenza -ario è di moda (comunitario prioritario ecc.), e pur di ficcarcela, la si applica di testa propria (qui è la differenza dell’affine Sedentario, che è tolto di peso dal latino sedentarius) o senza badare chessa denota «appartenenza, conformità, convenienza a una cosa» e altro che non fa al caso, a una voce già compiutamente formata, storpiandola.

Ma lasciamo di farci cattivo il sangue, e veniamo a questioni più tranquille. Nulla di assoluto, di metodico può essere nell’insegnamento linguistico. Talvolta bisognerà mettere in guardia contro la pedanteria: talaltra incuorarla. Rientra nel primo caso la maniera congiuntiva a che (franc. à quoi), una delle balordaggini più diffuse. Proponete a dieci Italiani i verbi Provvedere procurare badare consentire opporsi e simili, e nove di essi sfionderanno immancabilmente l’a che, come fatale conseguenza sintattica: provvederà a che non ti manchi nulla; tutti hanno interesse a che giustizia sia fatta.

Per esempio del metodo opposto (pignoleria a oltranza) sta il francesismo Suicidarsi (se suicider). Tutti ormai se ne giovano, anche scrittori illustri: l’Uso se la ride degli avvertimenti in contrario dei linguisti. Eppure quel riflessivo ribadito due volte, equivalente a «suicidare se stesso», e la cui genesi è stata bene illustrata dal Gabrielli (dal sostantivo suicida, uccisore di , e dal derivato verbo suicidare, che aveva già valore riflessivo, ma non però la forma, sicché gli fu data con l’istintiva aggiunta della particella si), quel doppio riflessivo non va; e chi fa tanto da arrivare a capirlo, non lo userà più o almeno più raramente (giacché l’Uso ci travolge) e in ogni caso l’userà con una punta di fastidio, come chi, camminando, sentisse un ciottolo tra i piedi.

Gli stessi che gli usano indulgenza come a modo inverato, avvertono poi che in una prosa vigilata si dirà assai meglio Uccidersi, Ammazzarsi; o dispiacendo questi verbi crudi, si potranno usare maniere eufemistiche quali darsi la morte, togliersi la vita, porre fine ai propri giorni e sim., o anche attaccarsi prosaicamente al mezzo usato per suicidarsi: spararsi, avvelenarsi impiccarsi annegarsi ecc.: i quali tutti sono buoni riflessivi, debitamente formati (verbo più particella), senza ridondanze. Perché, alla fin fine, chi ci vieta di vigilare la nostra prosa? D’andar cauti con lo stesso Suicidio (fr. Suicide), soprattutto in senso morale: il suicidio d’uno scrittore (un cattivo libro); il suicidio di un popolo (un rivolgimento finito male)?

Leo Pestelli


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