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Le insidie dell’esotismo

Language columnQuestioni della lingua italiana
AuthorLeo Pestelli
Date 25 aprile 1976

L’istintiva repugnanza dell’italiano per le uscite tronche o consonantiche si espresse per secoli mediante la figura di Paragoge (aggiunta d’una lettera o sillaba in fin di parole): nòe, rumme. Vigendo tale sistema, la questione circa la formazione del plurale delle voci straniere, non si poneva nemmeno: perché una volta data forma più o meno italiana al singolare di dette voci, diventava un gioco da ragazzi estrarne il plurale: e milorde (o milordo) dava i milordi; fracche, i fracchi; ponce, i ponci; colbacco, i colbacchi; iccasse (la x come lettera dell’alfabeto), le iccassi e via di seguito, compreso filme (che mancò nulla non allegasse!) il quale avrebbe dato i filmi.

Ma non va altrimenti oggi, che i forestierismi, oltreché cresciuti a dismisura, sono ricevuti e venerati nella loro grafia originaria (lasciamo della pronunzia, che è un altro paio di maniche); scemata, correlativamente, la tendenza a munirli d’alcun segno di rimorso ortografico (corsivo e virgolette), e insomma comportandosi noi in tutto e per tutto come se essi appartenessero al nostro lessico. E se così è, a che confondersi a farne il plurale secondo le regole, non sempre facili a sapere, delle lingue donde provengono? È rimasto famoso tra questi plurali d’ostinazione, fatti al tasto, quello di festivaux (da festival)

Il consiglio dei più autorevoli grammatici è che la maggior parte degli esotismi, specie i più introdotti, i più brevi e facili a dire, si abbiano a considerare invariabili; e dunque dire i film i gag i gangstar gli sport i bar i vermut le hostess le miss i flirti e anche i revival e i recital, senza volerli pluralizzare come fa spesso la Tivù, sibilando - con una s (i films, i leaders) che essendo propria del plurale del francese e dell’inglese, può finire col diventare terminazione tipica delle parole straniere in generale e coll’essere malamente applicata anche a quelle che non la vorrebbero: onde i plurali spropositati albums führers lieders travels soviets, ricordati dal Migliorini. Perché delle due l’una o si ospita davvero la parola straniera, cioè si fa finta che non sia più straniera, e allora non si declina, oppure la si cita e soprattutto la si sente come straniera, e allora va isolata dal contesto italiano con opportuni avvedimenti: mi piacciono i film di cow-boy; mi piacciono i film dove agiscono i cow boys (o i «cow-boys»).

Altre parole non propriamente straniere, ma estranee alla grafia italiana si devono considerare invariabili, e sono quei molti latinismi che infiorano il discorso comune quali memorandum referendum ultimatum curriculum agenda lapis raptus e altri. Anche qui non commetteremo la pedanteria di seguire per la formazione del plurale, le norme della lingua latina; ma diremo indifferentemente il memorandum e i memorandum, il referendum e i referendum, l’ultimatum e gli ultimatum ecc. (e non già i memoranda, i referanza, i curricula ecc.), e in quanto al neutro plurale latino agenda lo sentiremo addirittura come parola italiana di genere femminile, il cui plurale è le agende. Del resto alcuni di questi latinismi sono più pomposi che necessari; ed è da incoraggiare la tendenza a sostituire curriculum con Curricolo e auditorium con Auditorio (pl. curriculi e auditori).

Se le parole straniere non danno generalmente pensiero circa la formazione del numero del più, non così molte parole italiane e specialmente le composte e specialissimamente le composte della parola Capo (cresciute a selva nel secolo della burocrazia).

Ma qui fortunatamente un grammatico (il Gabrielli) che vi ha vegliato le notti, ha messo fuori una norma di tutto affidamento. Bisogna per prima cosa badare alla speciale funzione esercitata dalla parola Capo nell’interno del contesto. Può essere di «soggetto» come in capostazione, che vale appunto «il capo della stazione»; e può essere di semplice attributo come in capocuoco, che è quanto dire, non già il capo del cuoco, ma «il cuoco a capo». Fermato ciò, e rammentato che il plurale si fa soltanto dell’elemento principale del composto (che in capostazione è capo, e in capocuoco cuoco), non sarà più possibile sbagliare: diremo i capistazione, i capiturno, i capisquadra, i capiclasse eccetera, e viceversa diremo per il sormontare dell’altro elemento: i capocuochi i caporedattori i capomacchinisti i capocomici i capoluoghi i capolavori ecc.

Sul femminile Capa che pur batte discretamente all’Uso, ancora non si è pensato nulla di serio circa le sue composizioni (le capefabbrica? le capacronisti?).

Leo Pestelli


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