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Se l’Italia è “solvibile”

Language columnQuestioni della lingua italiana
AuthorLeo Pestelli
Date 24 giugno 1975

La notizia economica, pubblicata di recente, che l’Italia (personificazione) è tornata a essere solvibile, se rallegra incondizionatamente il buon cittadino, rallegra e conturba (contenuto e forma) il buon cittadino che abbia anche del grammatico. Egli o i padri suoi hanno ripetuto a sazietà che Solvibile, in buona lingua, val quanto «che si può pagare». Diremo dunque che un debito è solvibile. Ma ci dovremmo guardar bene, con pace di certi dizionari che fanno lo gnorri al riparo del neologismo (e che poi magari si denominano, insopportabilmente «nuovissimi»), dal riferire tale aggettivo proprio di cosa, alla persona, dandogli senso attivo di «che può pagare». Se dunque il debito è solvibile, la persona del debitore, volendogli serbare dignità di soggetto agente, non sarà solvibile ma bensì solvente, aggettivo participiale denotante l’atto di pagare o la possibilità e più raramente la voglia di pagare.

Pare impossibile che neppure ai più alti livelli bancari (e pensatamente usiamo l’eleganza moderna «livello» così culturalmente pregnante tale differenza morfologico-semantica non sia osservata, e che facendo fare allo stesso vocabolo «solvibile» un viaggio a due servizi (che si può pagare, che può pagare), si dia all’«Italia», per deplorevole equivoco, la proprietà chimica d’un corpo solubile e liquefattibile.

La stessa distinzione si ripete negli astratti solvibilità (che è dei debiti) e solventezza (che è dei debitori); ma qui andiamo peggio, ché Solventezza non trovasi più registrato nemmeno nei migliori dizionari, si che il francese solvibilità (solvibilité), facendo come la civetta: tutto mio ha finito coll’appropriarsi i due significati. Tali indebite confusioni non si facevano o si facevano meno quando l’Italia, nonché piccola e disunita, sentiva, più che non faccia oggi, la responsabilità della parola. Risplende solitario nel «Tommaseo-Bellini» un esempio del Guadagnoli (da una lettera al Monti): «Son sicuro della solventezza de’ miei associati»; che è di quelle cosette che più colpiscono perché sono scritte in punta di penna: effetto dell’abito, dell’abito buono; e dove non soltanto il solventezza muove a invidia di proprietà ma anche gli associati, ch’era allora il tecnicismo d’uso, parlandosi di pubblicazioni periodiche, a denotare quelli che noi oggi, rilassatamente, con profuse accezioni (giornali, teatro, barberia, ferrotranviaria ecc.) addomandiamo abbonati.

Coll’aria di fallimento che tira, che Tizio sia detto insolvibile non fa quasi più specie a nessuno. Viceversa abbiamo occhi di falco per cogliere certe sconcordanze che la tradizione linguistica italiana ha sempre ritenuto veniali o addirittura, in parecchi casi, gemme stilistiche. Ecco un esempio tolto dal vivo della lotta elettorale: a quel comizio cera tanta poca gente, che l’oratore lasciò il palco prima del tempo. Il maestro di scuola ha tutto il diritto d’arrabbiare contro quel tanta e di metterne in guardia il gregge affidatogli.

Ma quando dalla lingua di scuola si passa a quella della cultura che si guarda indietro, troveremo che l’anonimo cronista (e forse non lo sa) è in filo con la sintassi del Trecento, che è quanto dire col Boccaccio, a onorare il quale, nell’anniversario della morte, meglio di tanti discorsi generali gioverebbe alle reni degl’Italiani uno studio in vitro del suo periodo imperituro. Si dice dunque nella novella di Andreuccio: «per che da capo, presa una gran pietra, con troppi maggior colpi che mprima, fieramente cominciò a percuotere la porta». Come il nostro cronista ha messo tanta invece che Tanto, così il Certaldese, troppi invece che Troppo. E ambedue vanno assolti in nome d’uno di quei «fenomeni d’attrazione» che sono tanto frequenti nella sintassi antica e che nessuno mai ha reso così attraenti alla ragione come ha saputo fare il Fornaciari.

«Con troppi maggior colpi. Regolarmente: con troppo maggior colpi. In simili casi l’aggettivo, che dovrebbe usarsi come avverbio, perché serve a determinare un altro aggettivo; è attratto, per una specie di anticipazione mentale, dal seguente sostantivo, e con lui si accorda in numero e genere». Seguono fior d’esempi (fra i quali un «tanta poca gente» del Villani) e l’avvertenza che l’attrazione ancora si fa talvolta quando segue un costrutto distributivo con di o del quella poca di bellezza che m’è rimasta (invece di «quel poco»); in poca d’ora. Sono licenze popolari riprese in alto. Ma il caso un po’ maligno ha voluto che ricordassimo il fenomeno linguistico dell’attrazione, togliendolo per l’appunto da un esempio d’inerzia elettorale.

Leo Pestelli


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