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La smania di “verificare”

Language columnQuestioni della lingua italiana
AuthorLeo Pestelli
Date 21 ottobre 1976

Come anche il Tommaseo non se ne lisciasse la barba, l’uso del transitivo Verificare (dal basso latino verificare, comp. di «verus» e «ficare», da facere) nel senso di Accertare, porre in chiaro, appurare, riconoscer vero, si può tollerare, specie in tempi, quali i nostri, poco propizi a pacati studi lessicali: ho verificato che i conti tornassero. E così e più francamente il riflessivo Verificarsi (dove un po’ d’attenzione al semantema «vero» basta a istradare) starà in buona lingua per Avverarsi, risultar vero, mostrarsi vero: si è verificato tutto ciò che aveva predetto, vediamo se la profezia si verificherà, nella crescente bramosia dell’avaro si verifica che chi più ha e più vorrebbe.

Verificare ha insomma con , imprescindibile, l’idea di «vero»; la quale manca affatto quando lo stesso verbo è distorto dall’uso dei più al senso di Avvenire accadere succedere (che non son poi perfetti sinonimi, ma tali qui li consideriamo per comodità): cosicché malamente diciamo: si è verificato un guasto al motore, ieri sera si verificò un furto, fate che non si verifichino urti in famiglia; e ancora, impersonalmente (si verifica): spesso si verifica la mancanza di corrente elettrica. Qui, ripetiamo, il vero non entra per nulla. Perché del gusto del furto, degli urti disgrazie incidenti e sim. si dubitava che avvenissero o veramente se fossero, o no, cosa reale. Giubilando dunque in questi casi l’improprio «verificarsi» (che ha un suo peculiare significato) diremo: è capitato un guasto al motore, ieri sera accadde un furto, fare che non avvengano urti in famiglia, quante disgrazie succedono a cui non si pensa!; spesso manca l’energia elettrica.

Di «verificarsi» per Accadere ci riempie le orecchie la Rai-tv, specie ora che col moltiplicarsi dei notiziari, la parte verbale e volumetricamente cresciuta, che è uno spettacolo dentro lo spettacolo assistere a tanta varietà di modi di porgere e pronunziare. V’è chi ostenta rudezze di barrocciaio (gli mancano gli schiocchi) e chi parla col bocchino stretto, flautando il suo dire. Batteva il terremoto e i nostri colleghi del TG ancora si leticavano la pronunzia del nome Friuli (ma non hanno un prontuario?), che è correttamente piana (Friùli).

Ma lasciando degli strazi fonetici che prenderebbero troppo spazio, il fondo comune di quel linguaggio è il sussiego, in forza del quale la parola più semplice e adatta ai semplici è sistematicamente rinunziata a favore della scelta e spesso impropria, come si è visto nel caso di Verificarsi e si potrebbe vedere in quello di Ribadire, verbo che pure importando un atto in più, ha fatto del tutto dimenticare, nell’uso dei mass media, il piano Confermare.

Questi funzionari del logos televisivo fanno grande spreco, a faccia fresca, di espressioni specialistiche e gergali desunte dalla politica, non mai attraversati dal sospetto che la televecchierella dell’alpe (il deterrente d’ogni parlatore pubblico) difficilmente sia in grado di capirli. Intendiamo lo stillicidio dei pluralismo e pluralistico, polarismo e bipolarismo, area di convergenza, programmazione, pragmatico, esistenziale e via di seguito, non mai accompagnati da uno straccetto di spiegazione; i quali sono ancora biscottini rispetto a quando sbucano dal grigiore dettato burocratico, i terrificanti carisma-carismatico ed ecumene, e, ultimo termine di sgomento, manicheo-manicheismo, un termine che la Rai-tv dice con la stessa intonazione d’ovvietà che «canone» e «onda», ma che richiederebbe una certa familiarità con la storia delle eresie e una conoscenza anche superficiale con quel Manicheo, sacerdote cristiano del III secolo, che sosteneva l’universo reggersi sulla lotta dei due principii opposti del Bene e del Male. Fuori del video, manicheo e manicheistico servono ormai agli spiccioli del discorso comune: un quotidiano, a proposito del film di Bertolucci, ha vibrato a sei colonne il titolo dal senso duro: «Novecento» è manicheo? Altri, parlando delle nuove regole di comportamento dei cinema d’éssai, ha costatato «una valutazione più articolata e meno manichea del passato filmico».

È tutto questo incremento di cultura? Ne dubitiamo. Si ha il sospetto che così parlando per formule e slogan si parli per pochi e ci si intenda tra pochissimi. Ed ecco perché, sere fa, produsse così buona impressione l’allocuzione televisiva dell’on. Andreotti. Vi tornava, dal solaio dove i politici l’anno relegato, il «sermo humilis», coi paroloni censurati da un sorriso umoristico, e tutto il resto chiaro, semplice, spiegato, come sempre si vorrebbe sentire. E non più una sintassi pietrificata ma viva, e il germinare di figure rettoriche che sono anche in bocca del popolo, quale quella figura di attenuazione (non è uno sciocco) per la quale si dice meno affinché s’intenda di più. Siamo così disavvezzati dal parlar vivo e dalle sue spontanee finezze, che la litote andreottiana «una o due settimane poco allegre» (cioè tristissime), come quella che ha passato la pelle meglio di qualunque espressione apocalittica, «ha fatto notizia».

Leo Pestelli


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