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Il famigerato “vendesi”

Language columnQuestioni della lingua italiana
AuthorLeo Pestelli
Date 20 Luglio 1973

Le insidie e i vantaggi del verbo all’impersonale la forma si deve, costruita col plurale, per quanto offenda lievemente l’orecchio, non è meno lecita di piove, albeggia

Un lettore ci rimanda incollato su una cartolina postale, a mo di gogna, il titolo apparso qualche tempo fa in questo giornale: «Si deve recuperare i bimbi»; e sottolinea il si deve e i bimbi, a rilevare la sconcordanza ch’egli giudica non meno riprovevole di quella che si fa sentire nei famigerati modi commerciali vendesi appartamenti, cedesi locali e sim.

Che dire se non che la passione del concordare ottunde, anche nei migliori, il senso del verbo impersonalmente usato, non riferito cioè ad alcun soggetto impersonale determinato, espresso sottinteso, ma considerato assolutamente? La forma «si deve» costruita col plurale, come che offenda lievemente l’orecchio, non è meno lecita di piove, albeggia; di bisogna, accade, sembra, piace; di ci è, vi ha, fa, corre, volge; delle frasi è bello, è giusto ecc.: trattandosi di un impersonale riflessivo, che esprimendo l’azione come fatta o da farsi da tutti gli uomini in generale (si vive, si nasce, si muore), vien quanto a dire, nel nostro caso, «noi dobbiamo», «è doveroso» e altrettali affermazioni assolute.

Diverso è il caso di vendesi appartamenti, perché qui «vendesi» non è già impersonale riflessivo, ma riflessivo passivo (è venduto); sicché l’urto tra il verbo singolare e il soggetto plurale è più sensibile: al quale si rimedia dicendo in buona lingua vendonsi appartamenti. Eppure non ci sentiamo di seguitare il bravo Satta nel condannare senz’appello quel costrutto che i commercianti hanno adottato per avarizia di lettere.

Non mancano neanche negli scrittori classici esempi di riflessivo passivo costruiti al singolare con soggetto plurale, leggendosi nel Petrarca: «Per bene star si scende molte miglia»; nel Machiavelli: «Secondo l’ordine dato si prese le armi»; nel Leopardi: «Non si trova più regni imperi». O non si dice anche da noi correntemente: si dei casi, si delle circostanze? Parrebbe che l’impersonale riflessivo che opera in «Italia si legge poco» irradi della sua forza al riflessivo passivo costruito con un complemento: ché se «in Italia si leggono pochi libri» è più regolare, «in Italia si legge pochi libri», non è scandaloso, chi abbia occhio alla tradizione.

Del resto non mancano grammatici che non pure tollerano, ma giustificano, dimostrandone la legittimità, costrutti del tipo si vende libri antichi, si lezioni di canto e sim.: «Certo il passaggio dal senso riflessivo a quello impersonale deve essere cominciato coi verbi intransitivi o usati intransitivamente (si va, si viene ecc.), poiché qui la decadenza del passivo era agevolata dal fatto che oltre alla mancanza di un complemento d’agente, mancava anche un soggetto determinato. Ma una volta compiuto il passaggio non c’era ragione perché il costrutto non potesse adattarsi anche al verbo transitivo, perché, in altri termini, quello che nella forma riflessivo-passiva doveva intendersi come soggetto, fosse invece intesto come oggetto» (E. Levi, A. Dosi). Sapevano i nostri pubblicitari (referenze offresi) di mettere così bene d’accordo risparmio e grammatica storica?

Sono sempre da accogliere con commossa partecipazione gli appelli circa il piemontese che sparisce. Una volta il piemontese premeva sull’italiano, dando luogo ai «piemontesismi»; ora accade l’inverso, che l’italiano ripreme sul piemontese, togliendogli il carattere. «Troppe rinunce impoveriscono il piemontese e alla fine lo dissolvono nell’italiano», ebbe a lamentare l’indimenticabile Pinin Pacot. Non torneranno più De (vivo per altro in ahi-), Dio, fai, fede, mai, maggio, altri simili arcaismi piemontesi; ma piemontesizzare al possibile le parole nuove, questo si deve. Capace, per esempio, non è da rimutare, se mai, in capass, sull’innanzi di ravass (rapace), che si trova in «luv ravass». Ma meglio è ripiegare sulla buona e vecchia voce bon, che ha tutti i senti dell’italiano capace e anche qualcuno in più: bon a fe’ na cosa, bon a tut, bon a pieuve, il quale ultimo è di quel piemontese pretto che l’italiano dicendo: «è buono a piovere»!

Per conservare il piemontese bisogna ormai rannicchiarsi, sentirlo funzione espressiva e non di comunicazione, sentirlo insomma da artista, confidando ciecamente nell’aurium superbissimum judicium di Tullio, ossia nell’orija. Ne «Ij Brandé» un malizioso R. G. pone per ipotesi che il discorso d’un certo onorevole (non diciamo chi) fosse da voltare in piemontese. Sarebbe materialmente impossibile il farlo, tanto la semplicità e il gusto del concreto è l’inalienabile caratteristica di quel parlare. Creada, per cameriera, famula, pedissequa, fille de chambre, e nel nuovo italiano siglato «colf», è una parola di sapore ormai lontano, che dipinge una situazione sociale irrepetibile, quando le cameriere si allevavano (lo spagnolo criar, creado), senza marchette, nell’ambito della famiglia.

E pochi portenti onomatopeici ha l’italiano che uguaglino il verbo cisé, nato dall’incrocio di isè, incitare, con cis variante alleggerita di cist, voce con che s’incitano i bovi; davanti al quale impallidiscono gli equivalenti e toscani e latini e francesi, perché, come quelli non fanno, nella sua ficcante brevità attinge il nervo. Bastino questi pochi rimpianti lessicali, a rimetterci sul giusto del piemonteseggiare, in simpatia coll’italiano e nonostante o contro i tempi

Spesso i dispareri dei grammatici addormentano i nostri dubbi; ma non sempre. Perché, per esempio, continuiamo a trovare promiscuamente il iato, lo iato; il lettore e lo lettore, il iugoslavo, lo iugoslavo, il Ionio, lo Ionio, quando si desidererebbe una forma assoluta circa l’articolo da mettere innanzi a i semiconsonantica? Perché in proposito c’è un tiro alla fune tra i grammatici che la pensano diversamente; e sebbene i più consiglino lo o meglio l’, basta che all’altro capo un solo s’impunti sul valore consonantico di i seguito da vocale e perciò propugni le forme il, i, perché la partita non sia conclusa e ne scaturiscano le variazioni che si vedono. Una parola specialmente, una parola di passione, rinfocola giornalmente questa questioncella ortografica; juventino; la quale non potendo, per la nobiltà dei natali, mutare non che la j in g palatale (giuventino), ma nemmeno la j nella semplice i (iuventino), tortura qualche poco le orecchie, si che si dica il juventino o l’juventino, gli juventini o gl’juventini.

Per lunga esperienza di tifo e di fonetica, ci pare che le forme lo gli siano da preferire, e da preferire elise (l’, gl’), si che diano luogo a quel fenomeno detto Sinalefe, che ritiene dell’olio della sua origine (insieme ungere), e in forza di che la vocale finale di una parola si fonde con la vocale o dittongo iniziale della seguente, risultandone l’incognito indistinto liuventino, gliuventini, che, male che vada, scorre. E se altra volta fummo forse di parere opposto (il juventino, i juventini), ne scusi la situazione grammaticalmente fluida che consente il variare degli umori e dei gusti.

Leo Pestelli


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