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L’eufonia trascurata

Language columnQuestioni della lingua italiana
AuthorLeo Pestelli
Date 16 marzo 1975

Un lettore si meraviglia di non reperire quasi più la copulativa ed, che la tradizione ortografica prescriveva innanzi a parola cominciante con vocale, acciò evitare lo iato. Meravigliarsi perché? In tempi di neologismi che ci costringono ai più aspri accozzi di suoni (deresponsabilizzare vada come esempio tra i più miti), che vuole che importi più dell’eufonia?

È molto se nella pratica dei più scrupolosi ed sopravvive tanto davanti a un’altra E (Carlo ed Eugenia si sono sposati; gli fu aperto ed entrò); ma che s’abbia a poter conservare anche davanti a vocale che non sia E (Carlo ed Ottavia si sono sposati; gli fu aperto ed uscì), è chimera pedantesca. Ridotto così al tisico l’ed, figuriamoci in che stato si trovino le altre e più squisite particelle eufoniche: od (mia moglie od io) sed («Sed egli è cieco, come fa gli inganni?», Orcagna) ned ( tu ned io); che pure erano tenute in gran conto dagli antichi, attentissimi sempre a evitare lo scontro vocalico.

Ma con lo stesso zelo cansavano l’urto delle troppe consonanti, onde l’auge di cui gode per secoli la figura fonologica detta Protesi e specialmente l’i protetico: da che le forme legate «in Ispagna, in ispirito, per ischerzo, con isdegno ecc.». e si dice che l’italiano è vocalico per eccellenza eppure quegli squisiti, consapevoli che il troppo miele lo farebbe stucchevole, con le forme atare (per Aitare, aiutare), tranare (per Trainare) e sim. ponevano un ragionevole freno anche al concorso di più vocali. Oggi tali avvertenze fanno sorridere: sebbene, quanto alla protesi, essa si vendichi (ma pochissimi lo sanno) nelle parole Dentro Dove Donde, dove il d, preposto a Entro Ove Onde, è appunto eufonico. I tempi non sono più all’eufonia. Nulla rileva che si dica «a Ancona» anziché «ad Ancona».

Una modica esperienza televisiva ci persuade intorno all’atro sforzo fonetico imposto dalla terna Cgil Cisl Uil, termine fisso di quasi ogni discorso politico. Le sigle partitiche associative bancarie ecc. non scherzano: poche hanno la fortuna di prestarsi a grazioso equivoco (Aida) o di arieggiare a nomi di eroi di fantascienza (Anuu Eps Bri) o di personaggi biblico-talmudici (Egum Macef); le più sono soltanto ostiche (Psdi Msi Cnel Ibm Ocse ecc.), e troppe di esse anche private, per giunta, del vantaggio della brevità (Snamprogetti Techmashinport Finmeccanica Intersind).

La società licenzia una sigla col giusto sentimento che essa sia, il più delle volte, un acrostico, e quindi circondandola delle dovute cautele delle lettere grandi e dei punti fermi. Poi con uno scappellotto la manda tra la gente. Se quella ha fortuna saltano per lo meno i punti; se ha molta fortuna saltano anche le maiuscole secondarie: Fiat Rai Cip Iri Eni, dove la nozione stessa di sigla è affatto svanita (la Rai, il Cip) e in qualche caso gli sottentra un alito poetico (Fiat Iri); se è proprio nata con la camicia, perde anche l’iniziale maiuscola e s’insedia tra le parole vere e proprie: radar, da cui nessuno penserebbe di risalire acrosticamente all’originario «radio detecting and ranging». Soltanto la sigla della televisione è ancora indocile nella grafia, oscillando tra il superbo maiuscolato TV, il piano Tv e il discorsivo tivù.

A sentire pronunziare alla discesa questi suoni bisbetici in funzione di soggetto reggente (la cigiellecisleuille), nessuno sorride e forse ormai pochi ne avvertono la faticosità. Sghignazzerebbero invece tutti, ove s’imbattessero, fuor di caricatura, in un Conciossiacosaché o peggio Conciofossecosaché, formula antiquata e pedantesca oltre ogni dire, ma nella cui struttura si pare al meglio l’ufficio e l’importanza della particella di causalità e dei legamenti in generale. Per questo, e soprattutto se raffrontata al nauseabondo. Comunque, appena un po’ meno pesante e quasi sempre usato a sproposito, verrebbe voglia di tesserne l’elogio.

Leo Pestelli


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