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La disinvoltura dei classici

Language columnQuestioni della lingua italiana
AuthorLeo Pestelli
Date 15 aprile 1976

V’è un punto di lingua non sufficientemente lumeggiato dai testi grammaticali: di che, sia detto in passando, vanno scusati, essendo tante le cose cui devono badare. Si tratta della «proposizione infinitiva», la quale si ha quando dopo i verbi reggenti Fare e Lasciare o dopo verbi indicanti testimonianza dei sensi (Sentire Udire Vedere Guardare Ascoltare ecc.) segue un infinito col suo soggetto espresso: «lascia dir le genti!», fo divertire i ragazzi, «veggio in Alagna entrar lo fiordaliso», sento abbaiare i cani, vedo passare il treno e sim.; dove (restringendoci all’ultimo esempio) vedo è la proposizione principale e passare il treno la proposizione infinitiva di cui il treno è soggetto.

Di regola si raccomanda che nelle infinitive il soggetto debba tener dietro all’infinito, come quello che forma con esso una specie di unità inseparabile, eccetto il caso che il soggetto dellinfinito sia costituito da pronomi personali, quali allora si premettono al verbo reggente nella loro forma atona e proclitica: ti sento cantare, ci lasciò partire.

Ma anche nella lingua vale il dettato che sono più i casi che le leggi: e un linguista moderno, fiorentinamente indiavolato a fare incetta di codesti casi eccedenti e nel mettere negli impicci gli stessi grammatici, elenca una quantità di esempi in cui la prescritta collocazione (infinito-soggetto) può generare confusione di senso o atteggiare il nostro pensiero altrimenti da quello che per l’appunto intendiamo. Non sarà anfibologico, cioè ipoteticamente cannibalesco; ho visto mangiare Eugenio? Laddove, richiamando il soggetto-oggetto in prima posizione, il senso diventa inequivocabile: ho visto Eugenio mangiare. E ancora, allegramente continuando: ho visto Antonio pescare, non lascia dubbi sul contenuto ittico-sportivo dell’azione; ma non così: ho visto pescare Antonio, che potrebbe far pensare al ripescamento di un naufrago. Dicendo poi, secondo costruzione regolare: l’imperatore fece mangiare di molti cristiani, rimane dubbio se limperatore facesse ristorare di cibo quei tapinelli, o non piuttosto, come mandano le istorie, non li facesse divorare dalle fiere.

Tanta avvertenza dunque bisogna avere, nelle infinitive, che sono sfuggite al discernimento dei grammatici! Se, putacaso, il verbo sia passativo o intransitivo: se sia necessario richiamare il complemento d’agente (vediamo incoronare la miss dal noto attore); se, trattandosi di locuzione verbale complessa, sia bene che il soggetto-oggetto non si trovi troppo discosto dal verbo reggente (anche prescindendo da ragioni metriche, è dubbio che Leopardi avrebbe scritto «odo far festa augelli», anziché, «odo augelli far festa»), e così via.

La somma di questo discorsetto è che nelle cose di lingua bisogna andare adagio ad affermare che la tal cosa non si può. Trattando ex professo la questione del «se + condizionale» («Lingua Nostra, XXXV, 4), Alfonso Leone incomincia dal ricordare come nella vecchia scuola esso fosse uno di quegli spauracchi grammaticali (se vincerei, io farei) dal quale bisognava guardarsi ad ogni costo, sufficiente forse (in tempi che gli strafalcioni importavano) a compromettere una promozione.

Soltanto studiando di più oltre nella lingua viva non cristallizzata da regole assolute, l’uomo trova gran copia desempi, anche scritti (e da tali che si chiamano Petrarca e Ariosto), di se col condizionale, quali del resto incontriamo anche noi tutto il giorno; e basterà citare; «non so se lo farebbe», o in dipendenza d’un tempo storico: «non sapevo se lo farebbe o avrebbe fatto»; basterà ricordare il tipo «se interrogativo + condizionale con ellissi della proposizione principale: se la sposerei? (cioè mi chiedi se la sposerei?; il quale può essere ripreso nella risposta: oh se la sposerei!

V’è poi da notare una lieve differenza circa i significati di «se + congiuntivo» (la forma regolare) e «se + condizionale». Quest’ultimo può alternarsi tanto all’indicativo (lo fa, lo farebbe) quanto al congiuntivo (non sapevo se lo facesse, non sapevo se lo farebbe), attenuando la certezza del primo e l’incertezza del secondo, e conferendo in entrambi i casi al pensiero un atteggiamento particolare.

Più spiccatamente nelle concessive, la sostituzione del regolare congiuntivo condizionale colorisce variamente il pensiero. «I sicari non compirono il delitto, sebbene avrebbero già ricevuto il compenso»; «Anche se me lo direbbe lui, gli risponderei di no». Nella prima frase le parole sebbene avrebbero già ricevuto il compenso, sottintende, a orecchio fine, «stando a quel che dice la gente»; nella seconda le parole anche se me lo direbbe lui si distinguono da anche se me lo dicesse lui in quanto denotano, meglio delle altre, una maggiore probabilità del fatto. Siamo, parrebbe, al confine con lo sproposito; ma, a guardar bene, cioè a lumi spitzeriani («Nihil est in syntaxi quod non fuerit in stylo»), quel confine è illusorio.

Leo Pestelli


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