Text view

La pluralità dei mondi

Language columnQuestioni della lingua italiana
AuthorLeo Pestelli
Date 17 novembre 1974

Muore un illustre, ed ecco che «lo piangono il mondo letterario e quello giornalistico». La prima cosa da notare in questo stilema frequentissimo, è la nostra fede nella pluralità dei mondi presa l’espressione figurata Mondo, così cara ai discendenti di Fontenelle, che anche la dimezzano (demi-monde), per indicare una comunità qualsiasi: mondo slavo, mondo musicale, mondo politico, mondo civile, terzo mondo e via di seguito, in un polverio cosmico. Uno di quei paroloni, notava un purista più che ottant’anni fa, preferiti da quanti aborrono il parlare naturale e piano. La naturalezza non vorrebbe nemmeno che si supplisse con Civiltà e società comunità e altri sinonimi; ma chiede che ci si dica: i Letterati, gli Slavi, i Musicisti, i Politici ecc., tutt’al più significati, scrivendo, dalla lettera grande. L’italiano insomma, quando si ricorda di , la prende sempre più bassa che non faccia il francese; e come rifugge dal divinamente provocante e consimili e spesso contraddittorie amplificazioni, così non iscambia un modesto crocchio per il Mondo.

Nel nostro esempio il mondo giornalistico viene secondo («e quello giornalistico»), con un’aria specialmente afflitta. Questa viene dall’uso del dimostrativo Quello in luogo dell’articolo determinato o del complemento di specificazione; uso ormai tanto comune (la letteratura greca e quella latina, il tono è quello giusto ecc.), che soltanto chi serba un senso geloso e fremebondo della proprietà di lingua, può ancora sentirsene urtato. Ma l’imperfezione c’è; e tutti possono sincerarsene sol che rimutino quel costrutto aggettivalmente appiccicato in quest’altri: la letteratura greca e la latina oppure «la letteratura greca e quella dei Latini»; il primo dei quali è proprio l’uovo di Colombo. Si potrebbe osservare che nell’esempio «il tono è quello giusto», quale ci viene nientemeno che dal Contini, quello per Il serve a rafforzare l’espressione: ma è da dubitare che l’efficacia che va a scapito del nerbo, possa mai essere efficace. Sebbene di tale scambio non manchino esempi nei Classici, ma quasi soltanto in poesia e spesso dovuti a ragioni di metro, non oseremmo mai rifare il Boccaccio dove dice: «Giovani donne, magnifiche cose e belle sono state le raccontate»; rifarlo con la variante novecentesca «quelle raccontate».

Sono minuzie alle quali, niente niente che lo stile si sollevi, bisogna badare. In un elogio funebre abbiamo trovato «oratore men che modesto». È chiaro l’intendimento di chi ha detto così: «meno che» è usato come rinforzo nel senso di «più che, peggio che»; sicché men che modesto viene a dire Più che modesto, modestissimo. Ma tutt’altro è luso buono di Meno con Che, quale si può legare con avverbi (men che bene), con aggettivi (men che utile), con nomi sostantivi (men che notte). Esso ha valore di negazione quasi assoluta; cioè a dire nega, ma più rimessamente che non faccia Non; è insomma figura di litote per cui si accenna più di quello che le parole significano. Segue «moglie men che onesta» è per tradizione la non onesta (detta a quel modo per riguardo): «consiglio men che utile» l’inutile; il dantesco «men che giorno e men che notte», il lusso crepuscolare; «oratore men che modesto», oratore accettabile. C’è una bella differenza, come sanno le donne men che brutte, che dal polo semantico delle non brutte o quasi carine si vedono scaraventare a quello delle bruttissime.

Sono minuzie di cui gli articolisti possono passarsi; i notisti no. La parola è nuovissima, inutile cercarla nei dizionari. Morfologicamente è irreprensibile, foggiata appunto sul modello di Articolista. Peccato che il notaio non sia arrivato lui primo a farsi dire Notista: etimologicamente (nota), ne avrebbe avuto il diritto. Tanta è la fortuna del suffisso ista, che tutti lo vorrebbero incorporare. Ma ci sono dei limiti; e l’inchiodato lattaio guarda con invidia al fioraio che sale a fiorista.

Leo Pestelli


Download XMLDownload textParagraph viewSentence view