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Amor d'elisione

Language columnQuestioni della lingua italiana
AuthorLeo Pestelli
Date 08 agosto 1974

Da una visione burocratica della lingua, dove tutto sia espresso per l'appunto e gli accidenti non sabbiano a moltiplicare senza necessità, deriva che capiufficio e dattilografe hanno generalmente in uggia l’elisione, che avendo bisogno di un segno (l'apostrofo), introduce una complicazione di più. Il loro costume di scrivere «gli italiani e non gl'italiani»; «gli iscritti» e non «gl'iscritti»: e tanto hanno a cuore la forma articolata intera, che giunti al fin del rigo molti di loro preferiscono trecenteggiare: lo (da capo) uomo, anzi che lasciarvi il segno d’apostrofo: l’- (da capo) uomo (il qual partito, oggi tornato di moda, non è però scevro d'inconvenienti al giudizio degli studiosi).

Codesto vezzo, se ripreso, si porge come un’elezione del gusto: sembrando a quelli che così scrivono spiattellatamente, che la forma piena (gli invalidi) sia più decorosa dell'altra. E se già sono così schizzinosi circa l'elisione dell'articolo maschile gli, non prenderebbero neppure in considerazione quella dell'articolo femminile le, tanto così mentalmente sulle dita al Petrarca («l'acque») al Tasso («Canto l'arme pietose»), all'Ariosto («le tigri e l'orse»), al Davanzati («l'ampolle») e ai tantissimi altri che pur con le debite avvertenze la fecero è ancora la fanno: l'epoche, l'altre; e persino l'estremità è l'età, quando da quel che segue (estremità dolenti, età barbariche) si rileva che la parola invariabile usata nel numero del più.

Il vero che la lingua italiana, come quella che ha supremamente cara la legatezza dei suoni, ama l'elisione: l'ama dentro e anche po' fuori i confini del lecito grammaticale. Certo quei confini ci sono: e trattandosi per esempio di parole di genere comune come amante e onorevole (in senso parlamentare), soltanto rispettando la forma intera la, noi possiamo determinare quando altro non soccorra, il sesso della persona: invitò a cena la amante; parlò la onorevole Rossi: sono casi in cui la chiarezza val bene uno iato (la-a, la-o). Oltre a questo, Lo La possono non essere articoli ma forme pronominali per Lui Lei, Quello Quella; e poiché il pronome vuole risalto, il farci l'elisione è talvolta sconsigliabile, come sanno i veri scrittori, i quali nel primo caso elidono (invitò a cena l'amica) ma nel secondo non sempre (... e la avvelenò). 

D'altra parte è regola che l'elisione non si faccia nelle parole accentate sull'ultima; e nondimeno la congiunzione Ché e i suoi composti Perché Benché Comecché si trovano apostrofati nelle buone scritture, come anche vi si trova apostrofato (due volte nell'Ariosto) Chi. Non solo si può scrivere chaltri, chodio, ch’udiva, ch’era, ch’intesi, ma l'osservazione liberatoria del Fornaciari che davanti a parola cominciante per a, o, u, l'h torna inutile, ci licenzierebbe a scrivere ch'altri e codo, restando invece indispensabile l'h in ch'io (a conservare alla c la sua pronuncia), ma non già in ch'io, dove il primo h è affatto superfluo, è il volercelo tenere è segno di accecamento ortografico.

Se la particella Di si apostrofa che è un piacere, Da non si dovrebbe apostrofare mai, eccenzion fatta per alcune locuzioni avverbiali fossilizzate dall'uso come d'altronde, d'altra parte, d'ora innanzi, d'allore in poi e sim. Ma anche di questa regola i più grandi scrittori, anime libere, si presero stesso gioco, e specialmente l'Ariosto in molti luoghi del poema si mostra sviscerato del d' per da, osservando la forma intera soltanto effetti d'arte, come nel caso di Ruggero che si toglie «da Alcina», dove lo scontro vocalico da-a esprime la fatica del distacco.

Leo Pestelli


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