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L’ultimo scritto di Leo Pestelli

Language columnQuestioni della lingua italiana
AuthorLeo Pestelli
Date 05 dicembre 1976

Pubblichiamo l’ultimo articolo di passione e intelligenza linguistica inviatoci da Leo Pestelli pochi giorni prima dell’improvvisa scomparsa.

La tradizionale ripartizione tra nomi concreti e astratti, si dimostra tutt’altro che netta e desta legittima perplessità nella mente dei riflessivi. Del resto, a che beccarsi il cervello intorno a una distinzione puramente teorica di cui il linguaggio, nella sua effettualità, non ha bisogno?

S’insegna che concreti sono i nomi indicanti sostanza concreta che può cadere sotto i nostri sensi: persone, animali, cose realmente esistenti che possono essere materialmente vedute sentite toccate misurate ecc., come uomo donna Cesare libro cavallo aria vento e sim., e sta bene ma bisogna poi avvertire che anche eroe angelo santo sono nomi concreti, e che lo stesso Dio, perché sempre riconducibili a una forma, a un’immagine concreta. Dipende da noi, dal nostro modo di pensare, e non dalla parola in , ch’essa sia o diventi concreta o astratta.

Dall’altra parte, basta ricordare che si dicono astratti nomi che esprimono un’astrazione, che indicano una qualità astratta, cioè separata dalle cose concrete (Gabrielli), come bellezza (da bello), bontà (da buono), giustizia (da giusto), fumosità (da fumo) ecc. Più oltre non è consigliabile andare.

Si fanno generalmente rientrare nella serie degli astratti nomi indicanti sentimenti dell’animo, qualità morali, attività umane e anche semplicemente azioni. Ma siamo sicuri (domanda ragionevolmente il Satta) che p. es. angoscia sia un nome del tutto astratto? Di solito l’angoscia di una persona (nel suo primo significato «difficoltà di respiro») è ben visibile, percepibile dai sensi. E si considerino le frasi seguenti. «Il lavoro nobilita l’uomo»; «Chiesero una riduzione dell’orario di lavoro»; «Ho un lavoro che non ti dico»; «Finito il lavoro, lo avrai»; «Guardò soddisfatto il suo lavoro, e depose i pennelli». In tutte è la stessa parola Lavoro, che però, per rispetto all’astrattezza e concretezza, assume via via valori diversi: si parte da un nome astratto (il lavoro nobilita l’uomo) e piano piano lo stesso nome si muta in concreto.

E altri nomi possono essere astratti e concreti secondo il contesto: santità (astratto), sua santità (concreto); celebrità (astratto), Luigi è una celebrità (concreto ancorché mal detto). Trasmutabile è anche la parola corsa, alla quale daremo un valore astratto, dicendo «la corsa è un nobile sport»; ma certo quel valore non le daremo dicendo «la corsa è uno spettacolo affascinante», dal momento che la qualifichiamo spettacolo, cioè qualcosa che si vede per eccellenza.

Non conviene dunque impelagarsi in una questione che lascia largo margine al dubbio; ma giova concludere col Tagliavini che «la divisione tradizionale fra astratti e concreti non è basata sul valore semantico del nome, ma sulla formazione per mezzo di suffissi che, in genere, servono a indicare qualità astratte, cioè considerate separatamente dalle cose». In altri termini tale divisione, intesa come categoria semantica, tratta cioè dal significato dell’oggetto o concetto designato, è impossibile ad essere perseguita

Ma il linguaggio non ne ha bisogno come categoria grammaticale, e tutt’al più potrà distinguere, in sede morfologica, dei suffissi che servono esclusivamente o prevalentemente per la formazione di nomi astratti (in italiano, -tà, tù, -zione, ismo ecc.). Fuori di ciò arduo è voler distinguere in una parola un valore astratto o concreto, quando, secondo il modo con cui si pensa, possono anche essere ambedue le cose insieme.

Leo Pestelli


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