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La riconquista dei dialetti

Language columnLe parole e i fatti
AuthorTullio De Mauro
Date 7 dicembre 1973

«NON PUBBLICARE articoli, poesie o titoli in dialetto. L’incoraggiamento alla letteratura dialettale è in contrasto con le direttive spirituali e politiche del Regime, rigidamente unitario. Il regionalismo e i dialetti che ne costituiscono la principale espressione sono residui di secoli di divisioni e di servitù della vecchia Italia».

All’inizio degli anni trenta, così scriveva ai direttori dei giornali Gaetano Polverelli, dal suo ufficio del «Minculpop», il ministero della cultura popolare. La campagna fascista contro le tradizioni dialettali, nelle quali più facilmente e immediatamente i contadini potevano riconoscere una loro fisionomia locale difforme dal centralismo della dittatura, rientrava nella generale politica fascista di compressione di ogni fermento e tradizione di autonomia.

Che così fosse, ce lo dice bene il contesto in cui sta la nota di Polverelli scrive: «È un errore politico pubblicare sui giornali fotografie di ricordi socialisti, comunisti, ecc.».

E poco dopo il Polverelli se la prendeva (e ordinava ai camerati della stampa di prendersela) con un vescovo triestino troppo sollecito delle sorti della minoranza slovena rinchiusa dentro i confini italiani dalla fine della prima guerra mondiale.

Nella testa e nelle parole del Polverelli, fedele servo del regime fascista, il cerchio si saldava perfettamente. Polemica contro le tradizioni dialettali, odio per le memorie e tradizioni socialiste e comuniste delle classi popolari, furia contro i sopravviventi legami tra una parte del clero cattolico e la gente del popolo o, peggio ancora, i gruppi «antinazionali», come le popolazioni slovene: azioni disparate d’appartenenza sconnessa e qualche volta apertamente ridicola (come quando Piana dei Greci fu costretta a ribattezzarsi Piana degli Albanesi, perché ai greci il fascismo doveva spezzare le reni) avevano in realtà un saldo centro unificatore: l’odio per ogni forma di divergenza e autonomia.

Queste non sono solo memorie del passato. E non solo perché in queste e altre questioni il sottobosco burocratico dell’Italia repubblicana è restato troppo spesso legato a pratiche e atteggiamenti di stampo fascista. Ma anche perché nel nero specchio del fascismo noi oggi vediamo riflessa e capovolta l’immagine di quella che può e deve essere una politica culturale di massa genuinamente democratica.

Una politica culturale di massa è fatta di molte cose. Esige decisi interventi economici e amministrativi che assestino e in molte regioni, creino le strutture di base: scuole comunali per l’infanzia, scuole elementari efficienti, centri di lettura e pubbliche specializzate. E sono necessari interventi, non meno decisi, per garantire e promuovere la libertà e la capacità di rinnovamento dei contenuti e delle forme degli spettacoli e dei mezzi di comunicazione di massa, dei giornali, dell’editoria destinata al pubblico più largo e alla scuola.

Sono interventi, questi, che richiedono una riorganizzazione dei bilanci degli enti locali, di molte regioni (alcune sono già su questa strada) del nostro stato; e che quindi avvengono per quel tanto che siano assunti come obiettivi di lotta dal movimento democratico popolare e dalle sue organizzazioni.

Tutto ciò è preliminare, ma non basta. Vale anche qui quel che deve dirsi a proposito delle tecnologie didattiche. Le «nuove» tecnologie possono andare più o meno bene; ma quel che più importa sono i valori che in esse e con esse si costruiscono.

Gli interventi economici e amministrativi nel campo della cultura di massa sono primari; ma rischiano la degenerazione burocratica e corporativa, se non si appropriano di contenuti e fini sicuramente progressivi. Perciò, se è importante che le forze popolari si occupino sempre più attentamente di scuola e cultura, non è meno essenziale quello che gli insegnanti stessi vanno elaborando nel lavoro didattico.

Pare ormai chiaro agli insegnanti il ruolo centrale che ha il linguaggio in tutti i processi di educazione e di crescita delle personalità degli allievi. Per di più molti insegnanti hanno compreso che, in Italia, sviluppare negli allievi le capacità verbali è possibile soltanto dando ad essi una giusta prospettiva del valore e della utilizzabilità dei nostri dialetti e delle parlate regionali e locali.

La vecchia scuola che ancora incombe sui nostri figli con i suoi programmi, libri e vizi inveterati, in generale ha visto i dialetti in modi opposti, egualmente sbagliati e dannosi, li ha visti come «malerba»: e i guasti di questa opinione sono dinanzi a noi tutti, sono troppo evidenti per dire che cosa in essa non funzioni. Un patrimonio ingente di cultura e stato follemente e ingiustamente disprezzato. E il disprezzo è stato grave di conseguenze negative; i quattro ragazzi su dieci che la scuola dell’obbligo espelle, senza fare il dover suo, sono cacciati via in larga misura proprio perché troppo legati all’espressività dialettale; i sei su dieci che sopravvivono proprio attraverso il disprezzo della colloquialità negativa e familiare sono portati a un modo di esprimersi falso, irreale: futuri sudditi di un reame in cui non farsi capire è un dovere e un diritto.

L’altro mito dei dialetti non è meno dannoso e sciocco. Se il dialetto di Atripalda o di Piove di Sacco fosse una reale alternativa «controculturale», all’italiano, se (come qualche sempliciotto continua a dire) bastasse parlare dialetto per fare la rivoluzione, allora il Veneto sarebbe una regione rossa, il circolo dei civili di Enna sarebbe un soviet, e Benedetto Croce sarebbe Lenin. La via, in verità, è più lunga.

Ma questa via di reali conquiste democratiche, passa anche attraverso la scoperta dei valori delle tradizioni locali, della vita e delle lotte del passato che hanno preparato il meglio del presente e del futuro. Passa attraverso la scoperta dei valori delle tradizioni locali, della vita e delle lotte del passato che hanno preparato il meglio del presente e del futuro. Passa attraverso la restaurazione della coscienza di tutto ciò che di positivo c’è nell’esprimersi diretto, colloquiale, familiare. E questo esprimersi in Italia, nell’Italia dei paesi, è ancora oggi largamente legato ai dialetti.

Abbiamo già parlato della luminosa esperienza di Sant’Arcangelo di Romagna dove un gruppo di giovani lavoratori ha preso la licenza media preparandosi attraverso studi e ricerche al cui centro sono state le poesie dialettali di Tonino Guerra.

Ora, dall’Umbria, Orlando Spigarelli propone i frutti di una sua esperienza didattica: allievi portati a una capacità di nitida scrittura proprio attraverso la riflessione sistematica sui dialetti.

A Bologna un gruppo di insegnanti della scuola del Quartiere Irnerio, coordinati dal maestro Zucchini, ha pubblicato un ciclostilato in cui, lasciati liberi di costruire i loro testi, i bambini dimostrano di essere riusciti a produrre un vero e proprio «testo alternativo», realistico e fantasioso a un tempo.

Nella Biblioteca di Lavoro edita da Luciano Manzuoli (e distribuita dalla Nuova Italia) Mario Lodi e i suoi collaboratori ci hanno già dato diversi opuscoli che vanno in questa direzione: per tutti basta rammentare il fascicolo dedicato al «Canti del popolo», ai problemi della loro raccolta e interpretazione.

E indicazioni, nell’uso del dialetto dentro la scuola, nelle esperienze teatrali, come forma adatta a «socializzare quel che la gente sa» ci vengono da un bel diario-lioro a Giuliano Scabbia: Forse un drago nascerà.

Potremmo e vorremmo continuare. Bisogna almeno accennare al lavoro, esemplare per tutti, che sta svolgendo il Centro Etnografico Ferrarese, costituito presso il comune di Ferrara. Il Centro ha un duplice fine: la ricerca delle tradizioni popolari e la promozione culturale di base. Il gruppo di ricercatori (Barra, Liberovici, Natali, Marighelli e molti altri) non ha un lavoro fine a se stesso; il materiale reperito (testimonianze in dialetto, ma anche vecchie fotografie, stampati e documenti della vita di un tempo) è immediatamente riutilizzato dentro la società, attraverso mostre e discussioni collettive nei paesi e nelle scuole del Ferrarese.


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