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Il serpente di mare

Language columnLe parole e i fatti
AuthorTullio De Mauro
Date 06 aprile 1973

NEI NOSTRI GIORNALI è riapparso un vecchio serpente di mare: la discussione pro o contro le «parole straniere».

«Serpente di mare», si sa, è espressione che torna in varie lingue europee. «Sea-serpent» in inglese, «Seeschlange» in tedesco, «serpent de mer» in francese hanno significati simili. I francesi preferiscono però un’altra immagine, un altro animale: «canard». E li imitano talvolta i tedeschi che dicono, conla loro proverbiale precisione, «anatra giornalistica», Zeitungsente».

Che cos’è un «serpente di mare» o «anatra giornalistica»? meglio di tutti lo dice l’ottimo nuovo Zingarelli: «fandonia, notizia falsa, ma sensazionale, pubblicata da un giornale, in tempi di scarsi avvenimenti, per interessare il pubblico».

Da qualche mese, il serpente di mare che impazza sulla nostra stampa è quello delle parole straniere. Ormai da mezzo secolo, Monelli agita sempre questa stessa questione sui vari giornali cui collabora. Da un po’ di tempo, però, gli fa concorrenza lo scrittore Alberto Arbasino. Ma veniamo ai fatti.

Lo scorso anno, in agosto, i lettori del «Corriere della Sera» hanno avuto la sorte di leggere tre articoli di Paolo Monelli contro l’uso delle parole straniere. Secondo Monelli, usiamo (non si sa bene chi, dove e quando) troppe parole straniere.

Nel dicembre, in soccorso del Monelli volò un alleato di rango internazionale: il governo di Pompidou emise un decreto per vietare ai francesi l’uso di alcune decine di parole inglesi.

Nei primi mesi di quest’anno è partito al contrattacco Alberto Arbasino. Sempre nel «Corriere della Sera», in quattro articoli consecutivi, Arbasino ha spiegato che, anzi, le parole inglesi bisogna usarle. Guai a chi non dice «thrilling» o «pancake»: è un vecchiardo, uno che vive fuori del tempo (o, almeno, del tempo di Arbasino).

A Monelli, ad Arbasino, a «Panorama», che si è prontamente accordato, bisognerebbe cercare di spiegare che questo prolisso battibecco pro o contro le parole straniere è, nel caso migliore, un serpente di mare. Nel caso peggiore, è un serpentaccio che serve a distrarre la gente da problemi ben più seri che tormentano la nostra comunità linguistica italiana.

Intanto, sarebbe bene chiarire perché le parole passano da una lingua all’altra. A leggere Monelli e Arbasino, sembrerebbe che causa unica siano lo snobismo e le mode che a Monelli dispiacciono e ad Arbasino, invece, piacciono assai.

Ma mode passeggere spiegheranno magari la modesta diffusione di «plumcake», non la diffusione enorme di parole come «sport» o «bar».

Il fatto è un altro. Agli uomini le parole servono per due fini: per scambiarsi notizie e, prima ancora, per identificare e conoscere le cose, le idee, le esperienze. E siccome l’uomo è un animale «storico», che non si accontenta del suo stato, ma cerca di svilupparsi cambiando le cose, scoprendo nuove idee, conquistando nuove esperienze, ecco che in ogni epoca e luogo sono sempre state necessarie parole nuove per esprimere nuove esperienze, idee e cose.

Per soddisfare la richiesta di parole nuove, ci sono varie strade. La prima è quella di allargare a nuovi sensi il significato di parole vecchie, già note ed esistenti. Il morso per trattenere i cavalli si chiama «freno». Inventate le macchine a vapore e a motore, anche il congegno per rallentare la loro marcia si è chiamato con la vecchia parola: «freno».

La seconda strada importante è quella di riplasmare in modi e forme nuove materiali vecchi. Avevamo un vocabolo come «ruspare», e si diceva di polli e animali che scavano e razzolano per terra. Quando sono state costruite le macchine escavatrici sono state battezzate col nome di «ruspa», un nome di forma nuova e di nuovo senso tratto dal vecchio verbo.

Infine, se la cosa o l’idea da afferrare e fissare con una parola è profondamente legata alla cultura e civiltà di popoli che parlano un’altra lingua, tutti i popoli del mondo hanno sempre battuto altre tre vie. A volte, hanno ricalcato la espressione straniera, traducendola pezzo a pezzo: Marx, per esempio, parlava di «Klassenkampf», e noi abbiamo reso l’espressione con due vecchie parole italiane, «lotta di classe», che, così legate, hanno acquistato un senso nuovo, rivoluzionario. Altre volte, le parole straniere sono state adattate alla meglio: così, cento anni fa, con i tecnici, i progettisti e le macchine delle ferrovie, prendemmo dalla Francia la parola «deragliare» (che all’epoca fece scandalo, perché somigliava troppo a «ragliare»). Ma poiché adattamenti come «deragliare» possono essere appunto buffi, capita anche di prender di peso alcune parole straniere: così, in italiano, troviamo parole inglesi o russe o tedesche come «sport» o «bar» o «sputnik».

Quest’ultima via è la meno seguita. È importante capirlo e saperlo. Se i litiganti pro o contro la «invasione» delle parole straniere volessero dare ai loro lettori non il solito pezzo a sensazione, ma un’informazione obiettiva, dovrebbero avvertirli che il fenomeno ha in realtà proporzioni molto modeste.

Insomma: il serpente di mare di Monelli e Arbasino, nell’immensa fiumana del mutamento e degli scambi delle lingue, non è che un ciciniello, una ceca, un bianchetto. Ma perché mai appare così spesso in questi ultimi tempi? Perché settimanali anche seri dedicano pagine e pagine a interrogarsi ansiosamente sulla legittimità di «chauffeur»? perché «Il Giorno» disserta sulla bellezza della parola rosichino»? Perché «La Stampa» ogni settimana delizia i suoi lettori con le prose di Leo Pestelli che spiega come si scrive esattamente «dici»?

Azzardo una risposta unitaria. E i collaboratori della stampa dei padroni non se ne abbiano troppo a male.

Ho qui sott’occhio dati ancora inediti appena raccolti da una giovane studiosa romana, Fiorella Padoa: ancora oggi, su dieci bambini figli di borghesi benestanti iscritti in prima elementare, otto arrivano in terza media, e sette proseguono alle superiori: ma su dieci iscritti figli di lavoratori, nemmeno due arrivano alla terza media, e e no uno va alle superiori.

Queste cifre significano che governo e padroni, attraverso la scuola, continuano sistematicamente a tagliare fuori le classi contadine ed operaie dalla capacità di parlare, leggere e scrivere la lingua italiana (e quelle straniere). Attraverso questa inferiorità linguistica cercano di impedirgli di dominare le cose, di muoversi alla pari e con piena efficacia dentro la realtà sociale contemporanea.

Certo, la milizia politica e la lotta sindacale possono molto per uscire da questo strato di inferiorità (una volta o l’altra ne parleremo anche qui). Ma mantenere le classi popolari in questo stato di inferiorità è un obiettivo decisivo per le nostre classi dirigenti. Per loro, un modo di realizzarlo è anche distrarre la gente, impedire che pensi con esattezza ai reali problemi della disparità linguistica che mina la vita della nostra comunità nazionale, che attanaglia le nostre classi subalterne. Di queste cose, «Giorno», «Stampa», «Corriere» e via dicendo preferiscono non parlarne mai. Meglio discutere di «rosichino». E dare spazio al serpente di mare di Monelli e Arbasino.


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