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VOCABOLARIO

Language columnVocabolario
AuthorBruno Migliorini
Date 19 settembre 1961

Acconciature

A proposito della mia noterella su la metro (politana) ho ricevuto qualche voce di consenso e qualcuna di dissenso.

In particolare, un esperto collega mi ha espresso il suo stupore per vedermi «dare per ammesso l’uso delle parole accorciate o dimezzate, uso ormai invalso e dovuto indiscutibilmente alla pigrizia». Mi si consenta di distinguere. In primo luogo, direi, non è possibile pronunciare una condanna un’assolutoria complessiva, ma bisogna considerare a ciascuna accorciatura. Prendiamo due esempi diversissimi: chilo e bici. Chilo per chilogrammo ha oltre un secolo e mezzo di vita, e certo (malgrado l’equivoco che sarebbe stato possibile fra chilogrammi e chilometri) nessuno lo rifiuterebbe, si anell0uso parlato sia in quello scritto. Tutt’al più se ne farà a meno nell’uso tecnico e scientifico (ma in questo caso va scritto kg; e i tecnici vogliono che si scriva senza punto).

Invece bici è un’accorciatura recente, ancora sentita come termine confidenziale e affettivo: qualche cosa come mamma rispetto a madre o micio rispetto a gatto. Quindi di solito, nel linguaggio piano, normale, obiettivo di dovrà scrivere e dire bicicletta, mentre bici andrà bene solo in pochi casi. Così dovremmo esclusivamente dire e scrivere Via Monte Napoleone parlando sul serio, e lasciare Montenapo, o Montenappi all’uso degli snob.

E di solito si dirà la metropolitana, ma l’utilità di avere anche un nome più breve per l’uso familiare corrente (la metro, come ho cercato di sostenere) mi sembra ovvio, e storicamente appoggiato da ciò che è avvenuto nelle altre lingue.

È vero che queste abbreviature sono dovute a «pigrizia»? io inclinerei piuttosto a dire che mirano alla «brevità»: e volta per volta si tratterà di soppesare fino a che punto si possa tener conto di questo fattore rispetto agli altri e valutarlo positivamente anziché negativamente: si capisce che dobbiamo un particolare rispetto al mantenimento della buona tradizione, ma anche la brevità e l’affettività confidenziale non vanno sommariamente scartate.

Nel lucido articolo che un illustre linguista francese, il Millardet, dedicava alla propria lingua nell’Enciclopedia italiana, le voci automobile e radiophonique sono biasimate come formazioni ibride «che l’uso popolare tende felicemente a semplificare (auto, radio)». E ancora più benevolmente tratta le abbreviature francesi un linguista della scuola di Ginevra, il Frei, considerando la o finale come rappresentante «di elementi lunghi o troppo difficilmente maneggiabili».

Certo, l’italiano è in questo senso meno corrivo del francese, ma vorrei insistere, non possiamo prescindere dalla valutazione caso per caso. Se no, dovremmo anche pretendere di correggere il libretto di Verdi, e scrivere Nabuccodonosor invece di Nabucco.

Il mio amichevole contraddittore considera fra le abbreviature anche quelle del tipo delibera accanto a deliberazione. Ma si tratta di un fenomeno che ha una storia molto diversa, e poiché il discorso è diventato ormai troppo lungo, avremo occasione di parlarne un’altra volta.

Arboricida

Giovanni Papini, a proposito delle mine che barbaramente squarciano i ponti di Firenze, aveva parlato delle mine ponticide; Emilio Lavagnino, protestando contro gli speculatori che attentano alla bellezza di Roma tagliandone più o meno clandestinamente gli alberi, li chiama arboricidi.

E certo egli adopera il vocabolo non più con il significato etimologico, privo di connotazione spregiativa (quale lo troviamo ancora per esempio nella voce latina e italiana lapicida, equivalente a tagliapietra), ma con quel significato di «uccidere» che abbiamo in regicida e in tante e tante altre parole.

Parole talvolta obiettive e precisate dal rigore della legge o dalla nitidezza della tecnica, talaltra momentanee e scherzose, quando il significato lo consente. Nella sua Moscheide il secentista Lalli poteva adoperare giocosamente moschicida, mentre più tardi, quando l’industria cominciò a preparare delle carte e dei liquidi moschicidi, la parola prese una stabilità obiettiva.

Come tante altre serie di nomi anche questa ha, per la sua origine latina, circolazione internazionale. Non senza qualche danno: un emittente fitopatologo, il prof. Raffaele Ciferri, viene ammonendo contro l’uso di pesticida per indicare gli antiparassitari agricoli. Infatti in italiano peste ha il significato a tutti noto (peste bubbonica, peste suina, ecc.), mentre in inglese la parola è venuta ad indicare principalmente gli insetti nocivi. Pesticida è dunque un anglo-latinismo equivoco, che non può essere accettato. La parola corretta (se si vuol mantenere il parallelismo e non ricorrere a nozioni diverse, come prodotti fitoiatrici e simili) è parassiticida.

Falcidiare

Leggo in un resoconto della spaventosa strage di Monza che «la Ferrari rossa ha falcidiato gli spettatori». Benché qualcuno accetti il fatto compiuto, dell’influenza esercitata sul falcidia e falcidiare dal verbo falcidiare, io sconsiglierei questa forma, attenendomi al semplice falciare.

Infatti, come è noto, il vocabolo falcidia è penetrato nella lingua come termine di diritto, riferito alla legge Falcidia, dal nome del tribuno P. Falcidio (40 a.C.). Sia perché questa legge stabiliva una certa riduzione dei legati se l’erede non arrivasse ad avere la parte che gli spettava, sia per l’inevitabile associazione col verbo falciare e col verbo defalcare (ambedue tratti dal nome della falce) si cominciò ad adoperare falcidia in senso generico (già il Varchi cita far falcidia riferendosi alle asserzioni di chi esagera). Ma insomma altro è ridurre, altro, purtroppo, falciare.

Bruno Migliorini


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