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VOCABOLARIO

Language columnVocabolario
AuthorBruno Migliorini
Date 19 maggio 1961

Astronauta

Le recenti imprese spaziali hanno fatto comparire, accanto ad astronauta, il sinonimo cosmonauta: come***le è stato festeggiato Gagàrin in Russia e fuori, mentre per Shepard si sono adoperati i due nomi promiscuamente.

Scrutando i due termini rispetto ai loro compositivi elementi, vien fatto di dire che la meta degli astronauti dovrebbe essere il viaggio verso un certo astro (o più astri), per esempio l’«allunaggio» o anche il giro intorno alla Luna, una spedizione a Marte e simili; mentre cosmonauta implica non una precisa meta astrale ma una navigazione negli spazi extra-terrestri.

Nei secoli passati il termine di cosmo e i suoi derivati si riferivano qualche volta al nostro globo (anche quelli che si proclamano cosmopoliti, ripetendo la parola inventata, sembra, da Diogene il Cinico, non pensavano evidentemente che alla Terra, e il cosmorama non si riferiva che a visioni pittoresche di continenti remoti, quali oggi ce le molto meglio il cinematografo); qualche altra volta invece, come in cosmogonia o cosmografia, ci si riferiva a tutto l’universo. Del resto, universo stesso era esposto alla medesima ambiguità, come ben si vede se si confronta l’Unione postale universale con la gravitazione universale.

Ormai con l’inizio dell’era cosmica, bisognerà evitare di riferire cosmo alla Terra soltanto: se nel 1922 uno statunitense, il Beatty, poteva intitolare Qosmiani un suo progetto (del resto impraticabile) di lingua internazionale, ora un certo Freudenthal ha inventato il Lincos, cioè nientemeno che «una lingua per le relazioni cosmiche», la quale potrebbe (egli crede) essere decifrata da esseri di altri mondi che avessero una mentalità simile a quella umana

Anche se sia possibile fare una distinzione teorica fra astronauti e cosmonauti non direi che (almeno per ora) essa abbia una qualsiasi utilità pratica. La probabilità maggiore è perciò che essi rimangono ambedue come sinonimi indifferenziati. Se uno solo dovesse prevalere, i maggiori titoli li avrebbe astronauta, che ha un uso più vecchio (dal 1921 almeno), e confermato dall’esistenza di numerose società astronautiche nazionali (Società astronautica tedesca, Breslavia 1927; Astronautica Society of England, 1933, ecc.).

Più increscioso sarebbe che i Russi finissero col chiamarsi cosmonauti e gli Statunitensi astronauti: in questa sia pur così parziale e precaria uniformità delle terminologie scientifiche greco-latine ogni separazione è un danno. Non basta che già democrazia e tante altre parole abbiano due significati quasi opposti al di qual e al di della cortina di ferro?

Uscocchi

Il vocabolario politico si è arricchito in questi mesi di un nuovo termine, nato da una assonanza casuale con un termine storico. La sigla E.S.C.S. (Unione Siciliana Cristiano-Sociale) è, come tutte le sigle che contengono troppe consonanti, impronunciabile. Come già era accaduto alla sigla P.S.L.I. (Partito Socialista dei Lavoratori Italiani), scherzosamente interpretata come piselli (e il singolare pisello era stato anche applicato ai singoli aderenti), anche per la sigla siciliana si è ricorsi a un termine foneticamente simile il quale vagamente ricordava un passato bellicoso; e poiché appunto si trattava di persone, il nome si riferì non all’Unione stessa ma ai singoli individui.

Il nome autentico, che è una delle molte parole serbocroate entrate in italiano, suona nella lingua d’origine uskok, plurale uskoci (leggi ùskok, ùskozi) e vuol dire propriamente «fuggiasco, profugo». Si tratta di slavi fuggiti al principio del Cinquecento da vari luoghi della penisola Balcanica sotto la spinta sempre più energica delle conquiste turche, i quali, raccoltisi e arroccatisi nel castello di Segna nel canale della Morlacca, recarono per un’ottantina d’anni infiniti danni e fastidi alla Repubblica Veneta, non senza aiuti più o meno clandestini dell’Austria. Stroncata finalmente la loro attività nel 1617, non ne rimane che il nome. Il quale per una curiosa vicenda adesso rivive: non certo per allusione al significato originario di «fuggiaschi», ma per un semplice gioco di parole.

Prenome

Un lettore garbatamente mi rimprovera d’essermi servito di questo termine in una precedente noterella. Ma il mio presunto errore non ha altro fondamento che questo sofisma: i francesi dicono prénom, anch’io ho detto prenome, dunque la parola è un francesismo. Si badi che molte e molte delle accuse di «francesismo» che nel secolo passato l’Arlìa rivolse a parole di dubbia italianità non erano più fondate di questa: autorizzare, poniamo, ovvero percettore erano parole già latine, accolte nell’uso amministrativo francese e cadute in disuso in Italia: il rimetterle in circolazione non era dunque, e non è, affatto scandaloso.

Lo stesso si dica della parola prenome, che era dell’uso classico latino (se citiamo la formula onomastica completa Marco Tullio Cicerone, Marco è il praenomen), è stata adoperata più volte dai nostri scrittori antiquari (il Borghini, il Lanzi), e figura nel nostro codice civile.

Anzi, proprio il termine di prenome nella sua struttura ricorda che esso, secondo la miglior tradizione, deve precedere il cognome e non seguirlo. Chi scrive Mazzini Giuseppe o Manzoni Alessandro non scrive in buon italiano (e infatti una volta, nel 1866, il Manzoni, invitato a riconoscere se era autografa una carta contenente un suo sonetto, rispondeva: «Quand’anche non l’avessi vista, sarebbe per me nota sufficiente di falsità il sapere che il nome ci si trova anteposto al nome di battesimo, cosa non mai usata da me nel sottoscrivermi»).

Bruno Migliorini


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