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VOCABOLARIO

Language columnVocabolario
AuthorBruno Migliorini
Date 16 settembre 1960

Delfino

Se il successo del recente intitolato I Delfini sarà, come sembra, notevole, un altro termine proveniente dal i cinema si consoliderà nella lingua, come già i vitelloni e la dolce vita: più esattamente in vocabolo che ha già dietro a una lunga strada prenderà un nuovo significato, diventando un sinonimo (più caratterizzato e più spregiativo) di «figlio di papà».

La fase precedente era stata quella per cui (da qualche decennio) si erano chiamati delfini i presunti continuatori di autorevoli uomini politici (Eden, il delfino di Churchill; Nixon, il delfino di Eisenhower).

Come tutti sanno, delfino era nella Francia prerivoluzionaria, per una serie di vicende storiche, il titolo del principe ereditario. Delfino era già al tempo dell’Impero romano un nome di persona diffuso nella Gallia (e tratto evidentemente dal nome del mammifero marino). C’era stato un San Delfino vescovo di Bordeaux dal 380 al 404, e il nome di battesimo divenne tradizionale in una importante famiglia feudale, quella dei conti di Albon, poi conti di Vienna: tanto da diventare quasi un titolo, e da venire applicato alla regione su cui i conti di Vienna dominavano, il Delfinato. Alla metà del Trecento il Delfinato passò a un parente del re di Francia, e per un secolo circa fu appannaggio feudale dei figli primogeniti del sovrano, finché poi il titolo rimase con valore puramente onorifico (e famose furono le edizioni preparate in usum Serenissimi Delphini, cioè espurgate ad uso del principe ereditario, al tempo del Re Sole).

In confronto con i viaggi che fanno le parole, ci sembra quasi più semplice la storia del delfino Palooza.

Ferri di Legno

Un lettore ci segnala, trovandolo curioso, un passo nella versione italiana del romanzo di Maupassant Forte come la morte: «Egli s’era seduto, e guardava con disprezzo il lavoro a maglia grigio di grossa lana che le due donne stavano confezionando velocemente con lunghi ferri di legno». Malgrado l’apparente contraddizione, non si sarebbe potuto dire altrimenti, perché non esiste altro nome che ferri per indicare i ferri da calza, anche se sono fatti di materia diversa dal ferro: e anzi può darsi che fra poco i ferri di plastica siano più frequenti che quelli di ferro.

Del resto, per il fatto stesso che il ferro era il materiale più usuale per tanti utensili, anche i ferri da cavallo non possono essere chiamati altrimenti. Giovanni Villani, parlando degli ornamenti di cui si dilettava Roberto il Guiscardo, dice che aveva «ferrato» il suo cavallo «di fine ariento», e Fazio degli Uberti ripete la notizia: «Quel Ruberto Guiscardo, che d’argento - ferrò i cavai per fare il bel conquisto».

E così anche i ferri per stirare: se se ne facessero di rame, saremmo costretti a chiamarli ferri di rame.

Bastano questi pochi esempi per mostrare quanto tale fenomeno, che gli antichi rètori chiamavano catacrèsi (cioè «abuso»), è comune nella lingua. Per la stessa ragione anche i quadri non sono sempre «quadri», ma possono essere ovali o rotondi

Complementarietà

È una forma che si vede non di rado, e persino in scrittori non trascurati. Eppure è sbagliata, perché l’astratto deve regolarsi secondo l’aggettivo: e come regolare o elementare fanno regolarità o elementarità, così complementare deve fare complementarità. Si avrebbe complementarietà solo se l’aggettivo fosse complementario, come contrario e vario fanno contrarietà e varietà.

C’è, veramente, un esempio di dissimmetria comunemente accettato: usiamo solidale come aggettivo e solidarietà come astratto. Ma solidario era ancora la sola forma possibile al principio dell’Ottocento (col senso giuridico di «obbligato in solido»), e l’astratto deve essere stato formato mentre solidario prevaleva.

Anche quotidianeità invece di quotidianità è da considerare, senz’altro, erroneo.

Consuelo

Quel tale che considerava Saffo nome maschile e Epaminonda femminile non mancherebbe di meravigliarsi trovando Consuelo come personaggio femminile nel romanzo di George Sand così intitolato, o come nome di battesimo nella lista delle donne più eleganti del mondo.

Ma la spiegazione è ovvia: in tutti quei nomi, diffusisi in Spagna dal tardo Cinquecento in poi, in cui il nome della Vergine è accompagnato da un epiteto, Maria de los Dolores, de las Mercedes, de la Concepción, del Amparo (cioè «del Rifugio»), del Consuelo («della Consolazione»), ecc., lo spagnolo conserva intatto nell’uso corrente il secondo elemento: Dolores, Mercedes, Concepción, Amparo (persino con un diminutivo Amparito), Consuelo, ecc. In italiano si sono accolti alcuni dei nomi spagnoli, ma più spesso si è preferito attenersi a un aggettivo: a Concepción corrisponde Concetta, a Consuelo, Consolata. In pochi casi in cui si è mantenuto il sostantivo, se ne è fatto il femminile, così che in qualche regione non è raro il nome di Conforta (tratto dalla Madonna del Conforto). Viceversa, quando si sono applicati a uomini gli epiteti femminili della Madonna si sono avuti nomi come Assunto o Concetto.

Bruno Migliorini


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