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VOCABOLARIO

Language columnVocabolario
AuthorBruno Migliorini
Date 08 settembre 1961

Gli ultra

Come innumerevoli altre parole politiche, l’uso di ultra nel senso di «esaltato, che spinge le proprie idee all’eccesso» spunta fuori con la Rivoluzione francese. Già esistevano in francese ultramontain e ultramontanisme, in cui originariamente ultra aveva solo un significato geografico (come, per intenderci, in transalpino): ma in seguito alle dispute religiose le due parole avevano finito col prendere la connotazione di «fautore (fanatico) delle rivendicazioni pontificie». Con la Rivoluzione, i composti si moltiplicano: ultra-civique, ultra-patriote e tanti altri, e se ne trae, come dicevamo, ultra. Sotto il Consolato e la Restaurazione ultra si riferisce ormai di solito all’estrema destra, è sinonimo insomma di ultra-royaliste.

E, quantunque si continuino a formare, in Francia come in Italia, termini politici e non politici che contengono il prefisso ultra (ultra-révolutionnaire, ultraromantique (Th. Gautier) ecc.; ultraministeriale, ultrademocratico, ultrasbrigativo, ultramutilati, e decine di altri), l’accorciamento ultra si continua ad adoperare con riferimento a uomini politici o addirittura ad attivisti di destra: le recenti vicende francesi algerine sono piene delle gesta degli ultras.

Dobbiamo pronunciare la parola alla francese (ültrà) e dobbiamo fare il plurale con s (ultras)? o è meglio considerarla italianizzata e invariabile (gli ultra)? Finché si tratta di persone e di avvenimenti francesi, non c’è dubbio che non è illegittimo trattare la parola come francese; ma quando si legge di una dimostrazione di ultras italiani riferito a un convegno di estrema destra, trovo che la forma è sbagliata, e che bisogna dire gli ultra. Dunque è meglio usare gli ultra in ambedue i casi, nello stesso modo per cui diciamo gli extra (riferendoci sia a esborsi oltre il preventivo, sia a persone assunte in via straordinaria). Il non plus ultra non ammette di solito il plurale, dato il suo carattere di eccezionale singolarità: ma anch’esso ci conferma che ultra va pronunciato all’italiana. alcuno potrebbe pensare di dire altrimenti che gli ex nel senso di ex-fidanzati, e i sub nel discutibile accorciamento che con la semplice preposizione latina è venuto a indicare i pescatori subacquei.

Insomma anche per ultra la sostantivazione della preposizione latina e la sua invariabilità al plurale ci sembrano senz’altro da accogliere.

Ambulatorio

Strano che la parola ambulare si trovi in due parole tutt’e due riferite alle cure mediche, l’ambulatorio e l’ambulanza. Ma si tratta di un puro caso; e anzi il «muoversi», il «camminare» che il verbo ambulare esprime si esplica in due modi opposti: l’ambulanza «va» essa stessa dove le cure occorrono (e la sua prima applicazione fu in guerra), mentre l’ambulatorio è quella sezione dell’ospedale a cui ricorrono coloro che sono in grado di andarci da (e di ricevere quelle che i medici chiamano cure ambulatorie).

C’è poi, l’ambulante postale che viaggia coi treni, e ha in comune soltanto l’ètimo con le parole di cui stiamo discorrendo.

Negrità

Le rivendicazioni dei Negri d’Africa sono, come si sa, svariate: e mirano, come sempre accade per le più accese rivendicazioni nazionaliste o razziste, non solo a ottenere la parità ma a sostenere la superiorità. Si è sentito perciò il bisogno di creare un termine astratto che indicasse le qualità dei negri in confronto con quelle dei bianchi: in francese si è coniato, ed è stato «lanciato» dalla rivista Présence africaine, il termine négritude: anòdino per quanto è possibile nella terminazione, che è quella di aptitude, lassitude, plénitude e d’una ventina d’altri nomi.

In italiano ne sono state tentate due traduzioni: quella di negrezza, con il suffisso quanto più astratto possibile; l’altra (quasi ufficiale, direi, in quanto è stata adoperata nei testi e resoconti italiani del Congresso mediterraneo, tenuto a Firenze nel maggio scorso sotto gli auspici dell’on. La Pira) nigrizia. Il fatto che Nigrizia già esistesse come termine geografico potrebbe dare un certo appoggio alla fortuna del termine: ma temo piuttosto che finirà col riuscirgli esiziale il gioco di parole che si presenta troppo ovvio: nigrizia-pigrizia.

Secondo me, il suffisso più adatto è quello che già è divulgato per esprimere l’essenza del carattere delle nazioni: latinità, italianità e simili; ispanità, com’è noto, è stato coniato in Spagna per designare con un termine comune i comuni caratteri degli spagnoli e degli ispano-americani; e così via. Negrità varrebbe bene a indicare, obiettivamente o benevolmente, le qualità peculiari degli uomini di razza negra.

Epoca

Leggo sotto l’illustrazione di un biglietto d’augurio: «Firenze, Ponte vecchio. Da una stampa dell’epoca». Di che epoca? quella della costruzione del ponte? No: chi ha scritto quelle parole voleva alludere a nient’altro che a una stampa «di età antica». Ora, se è ammissibile che in una recita del Falstaff si scriva «costumi dell’epoca», intendendo le vesti dell’età in cui si svolgono i fatti, o che in un a recita della Locandiera i «costumi dell’epoca» siano quelli del Settecento, quando invece non risulti chiaro da altri elementi di che età si tratti bisognerà dire «stampa del sec. XVI», o di altro secolo che sia, ma non «stampa dell’epoca».

Bruno Migliorini


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