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VOCABOLARIO

Language columnVocabolario
AuthorBruno Migliorini
Date 04 agosto 1961

Il metrò

Chi, scorrendo cataloghi di libri del secolo passato, s’imbatta in un volume su La Metropolitana fiorentina illustrata, del 1820, o in un altro su La Metropolitana di Milano, del 1824, forse resterà meravigliato: ma solo che sfogli l’uno o l’altro dei due volumi, vedrà che si tratta delle rispettive cattedrali (sedi, propriamente di una metropolitana, cioè di un arcivescovo).

Con riferimento a linee ferroviarie di una «grande città», cioè di una metropoli, la parola comincia a adoperare dopo la costituzione della «Metropolitan Railway Company» di Londra, nel 1863; ma in Inghilterra un nome così lungo e così classico non poteva attecchire fra il popolo: e infatti a Londra si adoperò di solito underground railway, presto ridotto a underground, mentre negli Stati Uniti (a New York, a Chicago) la parola usuale è subway.

La fortuna del vocabolo nel nuovo significato è dovuta soprattutto alla Francia, col parigino chemin de fer métropolitain, presto ridotto al solo aggettivo sostantivato (le métro). Non è inopportuno ricordare che a Parigi c’erano motivi per adottare un nome che non insistesse troppo sul carattere «sotterraneo» della ferrovia, perché alcune delle linee sono soprelevate.

Ormai in Italia le metropolitane si stanno moltiplicando, e sempre più occorre un nome breve per indicarle. Ma purtroppo la forma che si adopera nella maggioranza dei casi è la peggiore che si potesse scegliere. Infatti in francese il nome della ferrovia (chemin de fer), è maschile, ed è giusto che lo aggettivo abbreviato conservi il genere maschile; ma se vogliamo avere in Italia un nome che non sia servile imitazione dell’abbreviatura francese, il nome dovrà essere femminile come è femminile ferrovia.

Quali sono le soluzioni che si presentano? Una è dire la sotterranea: ma non è ancora quel termine breve che possa efficacemente sostituire metropolitàna nell’uso quotidiano.

Ci sarebbe la soluzione di adoperare una o più lettere iniziali. I tedeschi si sono accontentati dell’iniziale della parola che indica la sotterranea e dicono U-Bahn per Unterground bahn. A New York la ferrovia elevata, fi che ci fu, si chiamò el, cioè secondo la pronuncia inglese L. da noi la sigla M.M. va abbastanza bene per Milano, ma non può servire per Napoli, per Roma e per le altre città che avranno la metropolitana. E la sola lettera M si presterebbe a scherzi troppo triviali perché si possa osare di proporla.

C’è un’altra soluzione che, per quanto adoperata sin qui rare volte, mi sembra di gran lunga migliore: dire la metro (e anche scriverlo in questi casi in cui occorre una forma breve, per esempio in un titolo giornale). Il vocabolo così accorciato s’inquadra perfettamente nella serie la foto, la moto, la radio, la polio. Anzi, quest’ultimo esempio può essere interessante: quando cominciarono le discussioni sui vaccini da usare contro la poliomielite, si principiò anche ad adoperare la forma accorciata polio secondo l’esempio statunitense, e qualcuno disse il polio: ma ben presto la polio prevalse come era giusto.

Dattilografo

Un linguista ebbe una volta la pazienza di raccogliere numerosi esempi di quelli che chiamò nomina ante res, cioè parole che già esistevano, applicate a cose diverse da quelle per cui il medesimo nome poi si generalizzò. Un esempio curioso di questo fenomeno è la parola dattilografo, che prima di indicare «chi scrive a macchina», era già stata adoperata con altro significato: essa designava una macchina, munita di tasti con le lettere dell’alfabeto, la quale serviva a mettere in comunicazione un sordomuto con un cieco. L’apparecchio era stato presentato (come ricorda Giuseppe Aliprandi) nell’esposizione di Parigi del 1819, e ne dava notizia il «Conciliatore» del 3 ottobre 1819.

Molire

Leggo due versi recentissimi: «In quella bottega d’orefice moliva le lenti Spinoza». No, santo cielo, speriamo che lavorasse solo a molarle, cioè a tornirle con una piccola mola. È vero che si riferiscono alla mola sia molare che molire: ma molare è il verbo tradizionale dell’arrotino, foggiato nella tarda latinità; mentre molire è un adattamento del verbo latino mòlere, esumato in questi ultimi anni, insieme con le parole della medesima famiglia: molitore, molitura e l’industria molitoria. Una voce ha tirato l’altra, e la più rara è molire: tant’è vero che, come si è visto, c’è chi la confonde con l’altra meno rara molare.

(E i denti molari? sono quelli che hanno la funzione di macinare, di far da mole. Infatti nell’italiano meridionale come del resto in spagnolo, in portoghese, in normanno i molari si chiamano popolarmente le mole).

Colombia

Si vedono scambiate frequentemente, e a torto, le due grafie Colombia e Columbia. La prima è la variante spagnola, la seconda quella anglo-americana (pronunciata con la u dell’inglese but). Va adoperata dunque esclusivamente la prima forma, Colombia, per la più settentrionale delle Repubbliche sudamericane; invece si deve scrivere Columbia quando si tratta di una di quelle province del Canadà (British Columbia o Columbia Britannica), del fiume statunitense e della nota università nuovaiorchese, la Columbia University.

Bruno Migliorini


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